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martedì, ottobre 10, 2006

Intervista al maestro Ching


Intervistatore: Onesto, ovvero non c'è bisogno di spiegare..

Q: Ammazzeresti una mosca? un gatto? una persona? Perché i vegetali si?
Volevo capire quando la vita diventa valevole di essere preservata...

La vita è sempre importante, senza distinzioni. Per rendere più concreta questa mia definizione, e prendere le distanze dallo stesso tipo di risposta che penso darebbe anche Ruini, entro nello specifico, invocando il concetto di invasività.
Ovvero agisco in modo che la mia esistenza sia il meno invasiva possibile. Questo nei confronti delle altre persone, degli animali, dei vegetali, di tutto l’esistente. La scelta di non nutrirsi di animali è una scelta che minimizza l’invasività, tutto qui. Anche nutrendoci dell’animale finiamo per nutrirci indirettamente anche del vegetale che ha nutrito l’animale. Diminuendo anche il rendimento della catena. Alla prima domanda la risposta è no, non ammazzerei, anche se con le mosche raramente capita (e le zanzare, per dio..). E una pretesa di coerenza personale fa sì che io non deleghi l’onere di ammazzare a qualcun altro, dato che io non ne ho la forza, se forza la si vuol chiamare. Se poi si trattasse di sopravvivenza, potrei essere costretto a farlo, ma tra la sopravvivenza e la comune opulenza passa un oceano.

Q: L'appellativo Maestro se lo si autoimpone o viene imposto?

L’appellativo Maestro deriva da “grande”, o “più grande”, quindi non ha senso riferito a me. Ma, riprendendo lo schema del Sutra del Diamante e riferendolo ad un essere illuminato, proprio perché non esiste un Maestro, egli può essere chiamato Maestro.

Q: Nei quartieri dove il sole del buon dio non da i suoi raggi della città
vecchia, come dovrebbero comportarsi le persone? Aborri la violenza, ne hai
paura? Esiste una causa per cui la violenza è adeguata?

Violenza è quella alla quale sono sottoposte le masse, in particolare dei paesi poveri, ogni santo giorno. Ma anche la libertà di ognuno di noi è violentata quotidianamente da regole e regole, la maggior parte senza senso alcuno. Sono fermamente convinto che più aumenta la consapevolezza, più diminuiscono i bisogni e la tolleranza alle regole. Parafrasando Malatesta, l’uomo è abituato a vivere in ceppi, ed a forza di convivere con essi vi si affeziona, fino al punto di credere che siano proprio loro a garantirgli la sopravvivenza.
La violenza come ribellione degli oppressi può essere un concetto affascinante, ma non credo sia la soluzione. Credo innanzitutto sia necessaria una maggiore consapevolezza. La prima tattica per ridurre in schiavitù è inebetire, togliere la capacità di informarsi, di capire, e questo è il primo muro da abbattere perché il sole torni su tutta la città.

Q: Credi nello spirito o nella spiritualità? Se si, esso/a si manifesta in
un qualcosa di tangibile? Pensi che la capacità di astrarre dell'uomo (o
comunque le sue capacità di pensiero) sia in relazione con esso?

No. Semplicemente perché non distinguo tra il materiale e lo spirituale. Astrarre significa dividere, bene penso ora sia il momento di unire.
E’ facile rifugiarsi nello spirito, pensare, astrarre, intelligere, e può essere un modo per affrontare od allontanare la paura della morte. Ma la vera sfida è trovare la propria spiritualità mangiando, guidando, lavando i piatti.


Q: Come ti comporti quando i rapporti di stampo sociale indotti dalle
proprie occupazioni lavorative (ma non solo) ti portano a contatto con
individui senza cervello?

Qualcuno afferma che ci sia da imparare da tutti. Qualcuno afferma che non ci sia nulla da imparare.
In ogni caso, prima di perdersi in elucubrazioni sulle perpetrazioni karmiche dico che l’ironia è un’ottima arma, specie quando parliamo con chi non ha voglia di ascoltare, o con chi ha voglia di parlare e basta, o peggio ha voglia di insegnare.


Q: Consideri la tua condizione di "intellettuale" una condizione superiore
o come Einstein rinascendo vorresti fare l'idraulico?

Semplicemente bandisco la definizione di “superiore” o “inferiore” dal mio vocabolario, in quanto sottintende una visione gerarchica.
Mi rifugio nei termini “differenza” ed “opportunità”.

Q: Quali sono gli individui passati e futuri da cui trai ispirazione?

Traggo ispirazione da tutti i ribelli, da coloro che non agiscono sottostando alla legge di guadagno e di perdita, da coloro che si interrogano sull’utilità delle regole e del controllo ad esse associato.

Q: Non ti viene mai voglia di piangere?

Talvolta l’empatia fa brutti scherzi, e sì, può capitare di piangere.

Q: Lo sai che su google risulta la mia intervista al 5o
posto? http://www.google.it/search?hl=it&q=intervista+onesto&meta=&btnG=Cerca+con+Google

Prima che arrivi la censura… (ndr è arrivata, in un qualche modo..)

Q: Ti alzi la mattina per qualche motivo particolare? vorresti dormire?

Mi alzo perché non ho più sonno, perché sono cosciente che questa è la vita che vivo, ed in un qualche modo va affrontata. Una persona può accettare di vivere in un sistema con determinate regole, vuoi perché non ha la forza di cambiarle, vuoi perché le condivide. Io non ne condivido la maggior parte, ma la strada per il cambiamento è in salita e costellata di ostacoli, e la prima libertà è quella che scaturisce dalla volontà personale.

Q: Credi nei rapporti fra persone "eterni"? intesi sia in senso
sentimental-sessuale che affettivo/empatico/amichevole...

L’eternità presuppone un concetto di tempo, ma qualcuno ci mostra che il tempo è determinato dai cambiamenti. E’ inutile opporsi ai cambiamenti, perché non c’è nulla che non muti.
Ciò non vuol dire che la temporaneità svilisca le cose, anzi a mio avviso le impreziosisce. La pretesa dell’eternità sottintende quasi sempre un attaccamento viscerale, ed una conseguente paura della morte.
Un mio amico direbbe, “prima o poi anche le tette al silicone della Palmas inizieranno a cadere..”

mercoledì, agosto 30, 2006

Intervista ad Onesto...


Ovvero ciò che più dista dall'uomo medio, almeno come lo definisce lui. Purtroppo questa intervista è avvenuta via email, non ho avuto così tempo di spiegargli cosa intendevo esattamente con tutte le domande. Il senso delle stesse comunque non gli è sfuggito (e figurarsi...), quindi buona lettura, e grazie honest!

-Beh Onesto, innanzitutto, parlami dell'uomo medio..
-Gran brutta bestia! devo ammettere che parti subito dalle domande difficili, ma del resto come si potrebbe mandare avanti l'umanità` altrimenti? Siamo un po' tutti uomini medi, nel senso che facciamo parte di quel campione statistico che da forma alla nostra società. Siamo egoisti con noi stessi, generosi con il diavolo.

-La presenza di un Dio ti inquieterebbe?
Perché mai giovane? La nostra presenza inquieterebbe forse Dio? l'idea di una entità superiore quale un Dio, più dei, il karma, la figa si pone come dogana della razionalità: arrivato all'estremo confine dello spiegabile razionale anche l'uomo medio, anche il panettiere giunge a chiedersi "che cazzo vivo a fare?". Purtroppo la scienza non può (almeno penso io) rispondere a questa domanda: polvere siamo e polvere ritorneremo; a meno che questa venga assimilata ad una risposta all'atavica domanda, penso che il 99% delle persone lo accoglierebbero con un laconico "ma tu sei fuori!".Per attenermi alla domanda posta, personalmente sono indifferente alla presenza eventuale di un Dio e quindi questo non mi inquieterebbe, ma spieghiamoci meglio: ma Dio che scopo ne avrebbe avuto nel crearci? Per farsi venerare? perché a me pare proprio che in tutte le religioni sia proprio questo il punto fondamentale: la venerazione; non gliene frega nessuno dei dogmi della fede, della transucammazione, del concilio di Nicea, l'importante è credere in Dio, "Dio è con noi" avevano scritto i nazisti sulla fibia della cintura, non importa se poi neanche il diavolo si comporterebbe come questi fottuti adoratori! Dio non poteva già crearci con insito il dogma del credo? che me ne faccio del libero arbitrio se tanto poi vengo giudicato senza appello? "Basterebbe seguire le regole del libro sacro" mi sento già controbattere, ma caro interlocutore, riferendomi alla Bibbia, come può un testo scritto da persone ignote, aggiornato ogni tot anni per adeguarsi ai tempi, composto nella sua parte più' moderna da un impero romano che decise di accettare come facenti parte del testo solo 4 dei 30 vangeli che circolavano ai tempi, potersi ergere ad istituto morale di una certa religione nel terzo millennio?

-Credi nel socialismo?
Partiamo prima di tutto da cosa significa socialismo: prendo spunto dalla Wikipedia[...]Il socialismo si oppone inizialmente al liberalismo classico, che postula il liberismo in economia, chiedendo invece la nazionalizzazione o la socializzazione di tutte o parte delle attività economiche e dei mezzi di produzione. Contesta l'idea delle neutralità delle istituzioni statali rispetto alla lotta di classe e si batte per un mutamento del ruolo dello Stato o, addirittura, nella versione avanzata da Karl Marx e ripresa dall'anarchismo, per la sua eliminazione.[...]Poi sorge spontanea la domanda: credere cosa significa? credo che il socialismo possa "trionfare"? credo che la società necessiti di un cambiamento? credo che il socialismo possa rappresentare il cambiamento auspicato per una giustizia sociale? Io penso che il mondo odierno sia fondato sull'ingiustizia e sull'ineguaglianza e vuoi perché faccio parte della "minoranza oppressa", vuoi perché lo reputo un sistema idealmente sbagliato penso che vada cambiato; il modo per farlo è probabilmente la domanda più interessante, ma qui finiamo sul penale....
Leggetevi questi: http://www.polyarchy.org/essays/italiano/socialismo.html

-Secondo te, la rivoluzione è un atto necessario? E, più in generale, come ti poni di fronte alla violenza?
Se l'umanità` o in generale un popolo desidera` "crescere" e questo penso significhi autodeterminazione e libertà` nel poterlo fare, allora e` necessario un cambiamento radicale dell'impostazione della società attuale: una rivoluzione appunto! Nella attuale configurazione della società` democratica dove mi/ci troviamo a vivere è una farsa istituzionalizzata, la democrazia, come il socialismo reale, ha espresso in questi anni i propri limiti più' forti: la nostra vita e` dominata ad ogni livello da realtà` che si sono distaccate totalmente dalle pratiche reali della gente: basti pensare al consumo di droghe quali la Marijuana o l'hascisc che pur essendo consumate da una larga parte della popolazione si ritrovano ad essere vietate in quanto la società` civile le ritiene dannose al quieto vivere, peccato che nessuno e` mai deceduto da consumo da THC (e` probabilmente questo non avverrà` mai se non facendosi colpire con un blocco da 50 Kg di Afgano) mentre l'alcool viene venduto tranquillamente senza problema alcuno in quanto ormai e` nella cultura moderna (forse perché' in Italia e` pieno di vigne, mentre di Marijuana ne coltivano ben poca nonostante l'origine del nome "Canavese"). Purtroppo questo si allarga a tutti i settori della vita.

-È vero che sei ingrassato?
Secondo la mia bilancia si, deve essere merito dell'opulenza che cerca di conquistarmi...

-Escludi la presenza di entità sovrannaturali, magari inorganiche?
Mi spieghi come una entità sovrannaturale potrebbe essere organica? se ti riferisci all'anima dei morti o simili, posso solo affermare che la mia anima da scienziato le escluderebbe, tuttavia ho spesso sentito parlare di avvenimenti contro il razional-pensiero che mi hanno messo dei dubbi... non ho la dimostrazione che non esistono di conseguenza diciamo che non la escludo, inorganiche o no...

-La scienza, secondo te, fino a che punto si può spingere?
Diciamo che non capisco in che senso, forse puo` arrivare a spiegare se stessa (chissa` cosa ne penserebbe Goedel...).

-Preferisci la Palmas o la Canalis?ù
Trattandole tutte e due come prodotti industriali della demagogia sessuale, posso dire di preferire di più' la Palmas in quanto l'essersi rifatta il seno a 2x anni significa che e` proprio tr...

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"L'anarchia economica della società capitalistica, quale esiste oggi, è secondo me la vera fonte del male. Vediamo di fronte a noi un'enorme comunità di produttori, i cui membri lottano incessantemente per privarsi reciprocamente dei frutti del loro lavoro collettivo, non con la forza ma, complessivamente, in fedele complicità con gli ordinamenti legali."
A. Einstein

martedì, aprile 04, 2006

Intervista a Rocco, il mio cane. Argomento libero, in luminoso pomeriggio di marzo. Parte 2


P- Esattamente. Cosa pensi, da animale non vittima di macellazione, della scelta di non nutrirsi di animali?
R- Beh, innanzitutto esistono mille tipi differenti di macellazione. Abbandonare un cane per strada dopo che ha vissuto tutta la sua vita con degli umani è lasciarlo alla macellazione, ad esempio, la fagocitazione da parte di una società “dell’ usa e getta”.
Per entrare nello specifico della tua domanda, in realtà ogni scelta dettata dall’amore e dal buon cuore delle persone è una scelta da ammirare. Se voi esseri umani potete vivere tranquillamente senza la carne, così come possiamo noi cani, e potete scegliere di non nutrirvi di carne, perché nutrirsene allora? Io personalmente continuo a non capire questa differenza tra animali “commestibili” e non, fa parte di un retaggio culturale, differente in ogni società, ma se qualcuno vuole vedere qualcosa di assoluto in questo allora cade in errore, classifica, forma gerarchie, ricade nel modello antropocentrico di cui parlavamo prima, ovvero l’uomo al centro e tutto il resto che gli gravita attorno: noi cani che gli gravitiamo attorno su di un’orbita particolarmente vicina, le cosiddette bestie da macellazione un po’ più lontane, gli insetti ancora più lontani..
Con questo capisco benissimo un essere umano che cacci per sopravvivere, che cacci per sfamare sé stesso e la sua famiglia, ma la vostra società è così complessa che modelli così semplici non esistono più. E’ tempo che si comprenda la parità tra tutti noi animali, la parità tra noi animali e l’animale uomo, tra l’uomo ed ogni singola cosa sulla terra. Questa secondo me può essere evoluzione.
Ho fame, tra l’altro, e penso che dopo questa intervista mi spetti di diritto almeno un biscotto..

P- Questo è sicuro. Ma ti chiedo di pazientare ancora. Tocco l’ultimo, grande argomento: tu credi in Dio?
R- Aspettavo qualcosa del genere. Con tutto il rispetto per voi uomini, io non comprendo ciò che voi intendete con il termine Dio. Ma butto lì qualche supposizione.
Non è sufficiente forse questo mondo meraviglioso, ma anche le piccole cose di ogni giorno, nonché il voler bene, e con questo semplice termine intendo l’apprezzare veramente ogni dettaglio del mondo, per gioire ed essere felici? Forse tutto questo non potrebbe essere un buon Dio? Attenzione non essere opera di un buon Dio, ma essere realmente qualcosa che può essere chiamata essa stessa Dio?
Io penso che l’idea di Dio come qualcosa di superiore, superiore a tutto e all’uomo stesso sia figlia del modello che ho criticato prima, e che riprendo per l’ennesima volta: l’uomo al centro, tutto il resto attorno a lui, in rigorosa gerarchia. Ma l’uomo si accorge ben presto che non è onnipotente, che per quanto abbia molti mezzi non possa tutto, ed allora, abituato a classificare, ad appunto gerarchizzare, crea qualcosa sopra di lui, qualcosa che invece non ha limiti, qualcosa da adorare e di cui avere paura. Invece di cercare di mettere tutto alla pari, insiste con il creare scale e scalette di importanza.
Non solo. L’uomo si crea tutto, si crea un mondo complesso attorno a sé, un mondo con sempre più cose. Non è solo lui, l’uomo, ma è anche in quanto ha un nome, un lavoro, una posizione sociale, una bella casa, un’auto potente. Noi cani non abbiamo nulla, nulla se non noi stessi, solamente possiamo o meno avere l’amore di chi ci sta attorno, e che noi diamo senza pretendere nulla in cambio. Ma in realtà cosa possedete realmente voi uomini, cosa avete che non potrete perdere mai se non voi stessi?
Quello che intendo dire è che più cose hai, più ne vorresti trasportare con te dopo la morte. E non parlo solamente di beni materiali. Agire in un determinato modo, anche costruttivo socialmente, per molti uomini è un atto dovuto per acquisire una posizione privilegiata anche dopo la morte, non semplicemente il modo migliore di agire per fare sì che il numero maggiore possibile di esseri possa sperimentare un’esistenza felice già qui, già nel presente.
L’agire una intera vita dando per avere, agendo per conseguire qualcosa in questa vita porta a pensare che anche questo sia l’atteggiamento da tenere nei confronti della morte e di colui che sta sopra anche alla morte stessa, cui si dà il nome di Dio. Un comportamento del genere è solamente un’espressione tipica dell’avidità, una caratteristica tipicamente umana.

P- L’avidità, già, altro grande problema di cui parlare.
R- Anche questo problema tipicamente umano; certo, noi siamo avidi quando mangiamo, avidi di cibo, quanto è bello mangiare! Ma una volta che ho finito sono felice, non voglio nient’altro. Voi invece vi caricate, vi caricate di cose attorno, con che risultati poi? Paura, odio, frustrazione..

P- Quindi tu ti senti di dire che non credi in un creatore? O in qualcosa dopo la morte?
R- No, mi sento di dire che l’esigenza anche solo di cercare un creatore è tipicamente umana.
Perché bisogna fare differenza tra creato e creatore? Perché? Non possono essere la stessa cosa? Il tutto non può semplicemente esistere e basta? Non è già meraviglioso così? Questo qualsiasi cosa possa accadere dopo la morte. In fondo tutto ha un inizio ed una fine, e l’uomo non pare proprio accettarlo. Basti solamente osservare la differenza nell’accettare il dolore tra un uomo ed un cane. Un cane soffre silenziosamente, in un angolo, accetta la sofferenza come una condizione naturale, inevitabile, ed accetta anche la fine senza alzare la voce.

P- Molto interessante questo spunto. Un'ultima cosa sul discorso religione: molte tue idee sono vicine ad alcune idee buddiste, lo sottolineo da persona che ama studiare e tentare di praticare il buddismo. Come forse tu non sai alcune scuole buddiste sostengono la possibilità della reincarnazione dopo la morte, ed anche del passaggio tra specie, come un cane che si reincarna uomo e viceversa. Ti piace come idea?
R(scodinzolando)- Mah, ora un po’ fame e riflettere su questi argomenti complessi mi risulta un po’ difficile. Inoltre penso, perché chiederselo ora? Magari sì, qualcosa di noi viene conservato dopo la morte, e torna a vivere.. Magari solo qualcosa.. Fatto sta che se dovessi reincarnarmi uomo mi piacerebbe conservare una parte del cane che sono..
Il fatto è che alla base di questa idea c’è sempre una concezione di tempo assoluto: nasciamo, moriamo, ci reincarniamo, ri-moriamo, ed intanto il tempo continua a passare, da un inizio ad una fine. Come ho già detto questo bisogno incredibile di un inizio ed una fine e la paura stessa associata alla fine è tipicamente umana. E se morendo trascendessimo anche l’idea di tempo? Se non ci fossero più un prima ed un dopo, un inizio ed una fine?
Ti lascio con questa domanda.

P- Sei stato fin troppo paziente e gentile, ora è tempo di merenda.
R- Meno male!
(e galoppa fino alla sua ciotola)


paulo

lunedì, marzo 27, 2006

Intervista a Rocco, il mio cane. Argomento libero, in un luminoso pomeriggio di marzo. Parte 1


P- Bene, ho talmente tanto da chiederti che non saprei da dove cominciare.. Partiamo dal semplice: sei soddisfatto della tua vita?
R-Certamente. Mi piace, mi diverto, vivo con delle persone che adoro, e per quanto ogni tanto ci siano dei problemi, di cui molte volte mi sfugge la natura, sono entusiasta della mia vita, sì.

P- Allora cominciamo a spingerci verso le domande scomode: non ti manca la libertà, quella vera, che va oltre il guinzaglio, oltre la legge del bastone e della carota?
R- Questa è bella.. La verità è che non saprei risponderti, non saprei risponderti perché in realtà non so cosa sia questa libertà. Sono un cane, ed i cani hanno sempre vissuto con gli uomini. Faccio parte di una specie, specie la chiamate voi, e non solo anche di una razza creata dall’uomo per alcune sue esigenze, come cacciare, una razza inoltre sfruttata con tutta la malignità di cui l’uomo è capace, anche se con uomo ovviamente non mi riferisco a tutti gli uomini. Se mi chiedi se mi piacerebbe la libertà, ti dico sì, adoro correre libero dal guinzaglio, seguire gli odori, ed adoro quando voi mi lasciate libero di farlo. Ma non so se potrei vivere così. Libertà significa solitudine, almeno per me significa quello, solitudine dall’uomo che, volente o nolente, ha la responsabilità di avere reso il cane il suo migliore amico, e di averlo sfamato, in cambio di lavoro o anche solo di amore. Vivere con l’uomo, anche a scapito di un briciolo di libertà, è il nostro destino, la nostra strada, ed è tempo anche che l’uomo si prenda le sue responsabilità ed usi tutto il rispetto che ci è dovuto, non in quanto cani ma in quanto esseri che come lui vivono sotto il suo stesso cielo e calpestando la sua stessa terra, e non solo, esseri che sono legati a doppio filo con la sua esistenza, dalla notte dei tempi.

P- Ti ringrazio, hai toccato due punti molto importanti, a cui prima o poi sarei voluto arrivare anch’io. Tanto vale anticiparli subito. Per primo, tu sei un beagle, e penso tu sia a conoscenza di tutte le sperimentazioni che vengono effettuate sulla pelle dei beagle, in quanto reputati cani indistruttibili. Il secondo punto, intessuto al primo, è proprio il rispetto scarso che l’uomo ha della natura che lo circonda. Vuoi approfondire questi punti?
R- Sì, e mi aspettavo che me lo chiedessi. In quanto “rappresentante” della natura come la chiamate voi, in quanto cane, in quanto beagle. Innanzitutto non mi piace di quando si parla dell’uomo e del suo rapporto con la natura. Non esiste l’uomo e tutto ciò che è artificiale da una parte, la natura e tutto ciò che viene chiamato naturale dall’altra. L’uomo, che lo voglia o no, è parte della natura stessa. E tutto ciò che da lui viene è pure parte della natura stessa. La contrapposizione uomo-natura viene da una concezione che vede la razza umana al centro di tutto, una posizione antropocentrica direste voi. L’uomo è al centro del creato, e la natura è il contorno, l’insalata, ciò che l’uomo ha a disposizione nella sua folle corsa verso chissà dove e mi dispiace ma in questo momento mi viene da pensare solamente verso la distruzione. Senza capire che distruggere la natura è distruggere sé stesso. Ma sto dicendo ovvietà.
La cosa importante è che, secondo me, questa è una concezione da superare, a mio avviso, in quanto è questa idea malsana che porta l’uomo a fare, fare, fare, sfruttare, senza chiedersi nemmeno per un momento verso dove stia andando. In realtà basta così poco: fermarsi, o rallentare; apprezzare il presente, l’amore, verso i suoi simili, verso i cani, verso gli altri animali, verso tutto il resto. L’amore per una montagna, l’amore verso un cane, l’amore perché no, verso una piccola noiosa mosca. Tanto siamo tutti qui, e tutti alla pari, che dir si voglia, perché tutti viviamo un battito d’ali e poi moriamo. Pensa al tempo, a tutto il tempo che è esistito ed esisterà: ai miliardi di anni passati ed ai miliardi di anni che passeranno: forse c’è differenza tra gli ottant’anni di un uomo, i venti di un beagle, la settimana di vita di una farfalla?
Se l’uomo la smettesse di correre, e cominciasse a correre un po’ in un prato verde giocando con il suo cane, non ci sarebbero deforestazioni di sorta, effetto serra –che mi devi spiegare ancora esattamente come avviene-, e nemmeno sperimentazioni selvagge sui beagle.

P- Mi è piaciuto il tuo discorso, si vede che ci metti passione, e penso che in tanti dovrebbero ascoltarlo. Solo non tutto è semplice come appare. Il tuo discorso porta verso il mito del buon selvaggio, e forse, detto da un uomo, sminuisce un po’ le grandi conquiste della mia specie, e qui non parlo solamente di conquiste materiali, come lo stile di vita che l’uomo è stato in grado di acquisire, le invenzioni partorite nel corso dei millenni, ma anche e soprattutto culturali. Quello che rende la mia specie, e qui non vorrei essere frainteso però, così “evoluta” rispetto alle altre, così in grado di analizzare il mondo che gli sta intorno, di classificarlo, di fare congetture riguardo all’inconoscibile. Cosa ne pensi a proposito?
R- Penso che sia un discorso giusto, fatto da un uomo, ma che non smonti in minima parte il discorso fatto da me riguardo al fatto che l’uomo dovrebbe “rallentare” la sua corsa verso lo sfruttamento. Tu mi parli di conquiste materiali, quando mi pare i due terzi della popolazione umana non li abbia a disposizione. Mi parli di conquiste culturali, ma quanti ne hanno accesso? E non è anche una conquista culturale quella di rendersi conto che non si è al centro del mondo, ma che bisogna fermarsi e lavorare per permettere che tutti abbiano accesso almeno minimamente ad una vita più agevole?
Ma non solo, mi parli di queste grandi conquiste culturali ed intellettuali, ma allora perché l’uomo, tanto evoluto, non ha ancora capito nulla del suo cervello? Perché gli basta così poco per cadere in depressione, o per compiere ogni genere di atrocità? Non ti sembra che abbia lavorato un po’ troppo in una direzione sola, ovvero verso l’esterno, verso la conquista di tutto ciò che ha attorno, tralasciando ciò che è interno, ovvero la sua sensibilità, verso la natura e quindi anche i suoi simili, la comprensione di sé stesso, che poi null’altro è che la sua felicità?
E fai attenzione, non stavo dicendo con il discorso precedente che l’uomo dovrebbe ritornare ad essere nulla più che un buon selvaggio, ma solamente fermarsi, guardarsi attorno, rinunciare a qualcosa, gradatamente, per fare sì che un riequilibrio avvenga piano piano, e senza catastrofi come altrimenti avverrà.

P- Ti ringrazio. Molto interessante la tua analisi. Prima di cambiare argomento, siccome la tua idea del riequilibrio e delle piccole rinunce mi dà un appiglio per affrontare un altro punto importante dell’intervista, ti volevo domandare una piccola cosa: cosa ne pensi degli umani che scelgono il vegetarianismo?
R- Mmmm… dunque, vuoi chiedermi se la loro scelta va nella direzione di cui abbiamo parlato prima?