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sabato, luglio 25, 2009

E Anarcobuddisti fu. Finalmente


Ho finalmente finito Gli Anarcobuddisti. Dopo 5 anni, fatiche immemori, blocchi dello sfigascrittore, maquillage vari, cambio di titoli (prima era Cinque Stelle), dubbi sulla trama, sui personaggi e sui cambi di stile. Il mio romanzo/mosaico è finito. Gira tra buddismo, massoneria, anarchismo, sogni lucidi, femminismo e inutilità della vendetta, ma la cosa sconvolgente (per me soprattutto) è che sono riuscito alla fine a tirare giù qualcosa con una trama. Incredibile. Non ha pretese (anche se più scrivo più scopro che mi piace scrivere), non ha ambizioni di essere un gran bel romanzo ma qualcosa, qualche pagina rileggendola mi ha proprio soddisfatto. Saranno le registrazioni fatte sul cellulare mentre guidavo, i pensieri sparsi che hanno trovato una collocazione, le riflessioni a cui sono giunto nel tentare di riallacciarmi al filo logico.
Forse pulp è la definizione giusta, alla fine, ma chi se ne fotte dello scaffale. Per me finirlo era una sfida. Ora mi posso lanciare in qualcosa di nuovo, qualcosa che una trama ce l’ha di brutto, qualcosa che tratti i suicidi e la zeta di Riemann, passando per i guru autoprodotti. E magari per un locale con una porta che dà su di un precipizio e al gatto di Schrodinger.
Nel frattempo Gli Anarcobuddisti rimane lì, completo davanti a me. Se leggete queste righe vuol dire che mi conoscete, quindi se mai vi interessa potete chiedermene una copia pdf e ve la mando.
Con amore ardore e stupore,
jejepà

giovedì, marzo 06, 2008

Camminare - "Da gli anarcobuddisti capitolo 25"


La prima cosa che ho fatto appena ho potuto camminare è stata andare in un campo. Niente di che, quel campo davanti alla finestra. Avevo il fiatone dopo aver zoppicato per un centinaio di metri. Solo tra l'erba e la rugiada, io nemmeno capace di tenermi in piedi per più di un minuto di fila, sporco e pallido. Durante la mia prima gita. La prima che ricordi. La lunga gita nel prato là davanti. Mi sono seduto, bagnato e col freddo che mi divorava le ossa. Ridevo. Ridevo della mia solitudine e della mia situazione. Del fatto che io, abituato a combattere infinite battaglie con l'immaginazione, infinite sfide con l'anima della gente, ora mi impegnavo per riuscire a non macchiarmi di escrementi. In quel momento non riuscivo a smettere di ridere, mentre il sole del mattino tardava a spuntare dietro le colline troppo lontane.

Poi sono tornato nella casa e ho scritto questo:

Meditazione sulle Quattro Nobili Verità.

La Prima Nobile Verità è la verità del dolore. Tutto è dolore, la nascita è dolore, la vita è dolore, la sofferenza è dolore, la morte è dolore. Lacrime amare. Sangue. Un arto amputato. La disfatta di un grande sogno. L'umanità intera liberata dagli oppressori. Gli oppressori che usano l'umanità stessa contro di sé per decidere chi può e chi non deve sopravvivere. Il crepuscolo dell'ultimo giorno. La gioia di vedere nascere un gattino in un fienile, mentre fuori nevica. La parabola inevitabile di ogni cosa. Il secondo principio della termodinamica. L'impossibilità di guardare oltre i propri orizzonti. Il cinguettio sul mio davanzale. I pantaloni inzuppati. Laddove c'è vita, c'è impermanenza, e c'è dolore.

La Seconda Nobile Verità è la verità dell'origine del dolore. Laddove c'è brama di un'ulteriore esistenza, la c'è dolore. La perpetrazione di ogni cosa in natura. La ciclicità. La sorgente e la foce. Le balene che si arenano, su spiagge lontane dove la sabbia è così fine. Il desiderio che tutta questa gioia non possa finire mai. Il caffè espresso che si esaurisce in due sorsi, e non è giusto. Il desiderio di copulare. Il desiderio di vedere nei figli un riflesso di noi stessi. L'arroganza dei potenti nello sconfiggere la morte. L'arroganza e basta. Ogni gerarchia. Ogni senso di superiorità. Ogni divisione. Ogni classificazione. Ogni amore selettivo. L'amore non è selettivo, ma onnipervadente.

La Terza Nobile Verità è la verità della cessazione del Dolore. La cessazione della brama di un'ulteriore esistenza porta alla cessazione del dolore. E l'albero si assopisce nella pioggia autunnale mentre la nonna prepara la pasta fatta in casa, su un legno che è vecchio, ma vecchio da avere già dei profondi solchi laddove mani abili lo hanno premuto per decenni nel sacro gesto di impastare.

La Quarta Nobile Verità è la verità del Sentiero che conduce alla cessazione del dolore. Retta azione, retta intenzione, retta visione, retta parola, retto sforzo, retta concentrazione, retti mezzi di sostentamento, retta presenza mentale, retta rivoluzione, retta manipolazione, retto sguardo verso le scarpe bucate che ti avvolgono i piedi, retta postura mentre le gambe non ti reggono, ma il sorriso sì. Retta fusione con tutto ciò che ti circonda, perché non sei proprio niente, mentre hai addosso due stracci e sei solo in mezzo a un campo non coltivato, l'erba talmente verde e talmente fredda che pare volerti ingoiare, mentre non pensi ad altro che al fatto che tu vuoi vivere, sì vuoi vivere nient'altro, ma la vita non ha senso se non ti accorgi che il freddo che ti sta uccidendo in realtà sei tu, e tu sei la distruzione e la generazione dei cicli della natura, e tu sei anche il secondo principio della termodinamica che non lascia scampo ad ogni perfetta conservazione del moto, ed anche dell'esistenza. Tu sei lo stato di massimo disordine, ed anche quel gatto massacrato nella notte dalle volpi, perché era ancora troppo piccolo per andare in giro. Tu sei la ruota della massima sofferenza e della massima gratitudine, tu sei i molteplici universi possibili e la cataratta che ti colpirà da vecchio. Tu sei la mattina ed il pomeriggio, ed anche gli anelli di Saturno. E mentre ridi a perdifiato senza volerlo nemmeno, ti ritrovi a conoscere del mondo più di quanto hai conosciuto in decine d'anni di sogni assurdi.

giovedì, maggio 10, 2007

Un lungo viaggio a tappe


Lunga pausa,
ma non per il pensiero che tra un'idea e l'altra è andato in un lungo loop elaborativo. Tra soli che tramontano ed idee che sbocciano, sovente già marcite dall'usura consumistica che contamina tutto l'incipiente, ci si può ritrovare in un vespaio di contraddizioni come in un torneo di lotta clandestina ambientato nientemeno che su di un orizzonte onirico.

Bene, questo è quello che può succedere, non quello che per forza o mero fatalismo deve accadere.

Capita quindi di cercare di elucubrare qualcosa sulle Temporary Autonomous Zone, o la versione cattiva di TAZ, se non si ha idea di cosa siano si può leggere qua:

http://www.hermetic.com/bey/taz_cont.html

in italiano qualcosina qua sulla recensione dell'ononimo libro di Bey:

http://www.shake.it/taz.html

Sì, il quesito è proprio questo: si può creare una società nella società? Quali sarebbero i requisiti necessari? Come può sopravvivere e a quali patti deve scendere con la società dei padroni?

Un anarchista soft e spirituale come un mio caro amico direbbe che è facilmente risolvibile e l'armonia si può creare, oltre che a patti bisogna scendere per sopravvivere, se no non se ne fa niente. Tanti libertari dissentirebbero: la rivoluzione ci deve essere e come. Mah..

Non basta che tentare. Intanto posto in testa al post una mia elaborazione fotografica, una sorta di immagino-visione, col solo involontario difetto di essere statica..

dje..

venerdì, febbraio 02, 2007

L’uomo è la sua libertà di trasgredire.


Quis custodiet ipsos custodes? (Giovenale, II secolo D.C.)

Il moltiplicarsi delle tecnologie di controllo dell’uomo sull’uomo appare essere una tendenza inarrestabile degli ultimi decenni.

Vengono posti in essere sempre più limiti, divieti e apparati di controllo, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Con l’idea della salvaguardia delle libertà muore il concetto di libertà stessa.
Le regole, in origine funzionali alla convivenza sociale, perdono la flessibilità indispensabile per rappresentare un sistema complesso come l’umanità, non certo vincolabile ad un sistema di assiomi assoluto ed immutabile.

Cresce continuamente lo zoo di telecamere per le strade, nelle piazze, apparecchi per la registrazione telefonica, tecnologie per il controllo della rete, per il tracciamento di ogni singola molecola di merda che esce dal nostro stanco sfintere.
Gli scenari estremi possibili sono due, se il trend verso il controllo sempre maggiore non si arresta, entrambi ampiamente battuti dagli scrittori di fantascienza, ed entrambi schifosamente distopici: o diminuisce drasticamente il numero degli esemplari da controllare, vedi T.Malthus, o aumenta incredibilmente la capacità delle tecnologie di vigilare e punire trasgressioni senza un necessario coordinamento umano; tradotto, intelligenza artificiale.
Lo sbirro bionico, la disumanizzazione dello sbirro. L’incubo. L’essere ligio solo ad un codice, senza la capacità di provare emozioni. Senza conoscere la libertà di trasgredire. Fino a quando non diventa più forte dell’uomo stesso.
Nulla sembra ora in grado di arrestare la spirale più controllo – più trasgressioni –più controllo. E’ un gioco mortale.

Esiste una terza via? Nulla se non una rivoluzione, ma molto probabilmente un evento tutt’altro che consapevole che potrebbe facilmente condurre nello scenario numero uno. Forse sedersi in riva al fiume è l’unica alternativa possibile, a guardare il teatrino.

L’uomo è la sua libertà di trasgredire. Laddove l’assoluto non esiste, non esistono regole che possano vincolare il sistema entro dei binari per mai più uscirne. Trasgredire per cambiare, trasgredire per evolvere. Trasgredire per essere umani. Ci è stata data la libertà di trasgredire, assieme a quella di comprendere e perdonare. Queste non ce le toglieranno né le macchine né i potenti.

Non esistono regole che non si possano dimostrare sbagliate o contraddittorie in almeno una situazione.
Ma questo, chi l’aveva già asserito?

http://www.privacy.it/ueechelon.html


je

giovedì, novembre 23, 2006

Sogni di decadenza.



Morti che mi parlano, e non solo ma che vogliono assolutamente parlare, gente completamente in salute e più o meno giovanile invecchiata e malata, ambienti del tutto piacevoli o perlomeno normali intasati di fumo e decadenza, dove per decadenza si intende anche strutturale. Simboli che mi perseguitano, e rimangono impressi nella mente, con le loro simmetrie ed asimmetrie centrali, voci fuori campo che intonano verità in conoscibili.
Difficoltà a mantenere la lucidità, anche se si è consapevoli.
Il tutto in sogno, ovviamente.

Non ho visto troppi film (anzi, meno della media, almeno suppongo).
Non sono pazzo nel senso patologico (la schizofrenia è sotto controllo, per il momento).
Non sto facendo uso sistematico di alcun tipo di droga (ma tutto è una droga, come tutto è arte, almeno se si osserva un intorno sufficientemente grande).

Coltivo stati di trance naturalmente indotti, ma non penso che questo centri (almeno non in un rapporto causa-effetto).

Ma..
capitare più di due volte nello stesso posto in sogno è già di per sé una cosa inquietante, ma se a questo si aggiunge il fatto che questi sogni sono quasi sempre coscienti, posso iniziare a preoccuparmi. Se poi tali visioni oniriche rappresentano quasi tutte, e parlo di un buon ottanta per cento, città ed edifici in decadenza, gente che è morta o sta per morire, amici o parenti orrendamente invecchiati, direi proprio che non ci siamo.

Altre due precisazioni.
Sono una persona solare, anche se adoro l’autunno.
Non credo nel destino e non sono fatalista, perché andrebbe ad intaccare quella fantastica definizione che mi sta tanto a cuore quale la libertà.

Le conclusioni sono.. esplorare, quando anche il sonno tende a diventare una lotta. E cercare di ricordare, perché anche i sogni lucidi tendono a svanire, col suono della sveglia, forse un po’ più lentamente.



PS Un grazie ad honest per questo
http://www.mpip-mainz.mpg.de/~deserno/scripts/diff_geom/diff_geom.pdf

lunedì, ottobre 30, 2006

Modelli di schiavitù - Parte seconda



“Ci sarà in una delle prossime generazioni un metodo farmacologico per far amare alle persone la loro condizione di servi e quindi produrre dittature, come dire, senza lacrime; una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto felici”
Aldous Huxley

Visti i modelli di schiavitù presentati prendendo spunto dal buddismo Vajrayana nella prima parte, qualche parolina mi sento di metterla.

Almeno per quanto riguarda il fottutoventunesimosecolo.

La schiavitù presuppone un padrone. O dei padroni.
La schiavitù presuppone una catena.
Le armi più efficaci per tenere in schiavitù sono la propaganda e la creazione dei bisogni.

Si inseguono a vicenda, e si alimentano l’una dell’altra.
Per fortuna sono vecchio a sufficienza per avere potuto assistere ad un esempio eclatante di creazione dei bisogni: il telefono cellulare. Ne ho visto l’evoluzione, da gadget esclusivo di lavoro, a gadget esclusivo e basta a bene di consumo indispensabile.

Indispensabile. Ecco la parola magica. Ci si preoccupa tanto della droga, della lotta alle dipendenze, quando tutto si sta tramutando in droga, mille nuove dipendenze sono nate e stanno nascendo. Domanda: perché accanirsi così tanto e sempre più contro le droghe, almeno con quelle intese dall’accezione comune, perché è importante il proibizionismo?
Risposta: perché le dipendenze le vogliono decidere loro.

Ma loro chi?
Chi sono i padroni?
Mille parole sono state dette a proposito, non sarò io a dirne mille di più. La caccia è aperta a chiunque voglia cacciare, a suo rischio e pericolo.
E’ Davide che dà la caccia a Golia, ma prima deve rendersi conto che Golia è dentro di lui.
Il mio suggerimento sulla questione è che il sistema si autoalimenti, come fosse stato creato un qualcosa di indipendente, un essere vivo ed intelligente. Un meccanismo per produrre schiavi. Alla base però non ci sono robot, ma uomini. Si è creata l’idea nella maggior parte delle menti di operare per una giusta causa, per una società, per la migliore delle società. Ognuno contribuisce a creare le catene per gli altri, senza rendersi conto che sta obbedendo alla sua.
Il senso del dovere e la voglia di scalare questo grande gioco, per arrivare sempre più in alto sono sufficienti. Perpetrate in milioni di menti, creano un sistema autorigenerante.
Che poi ci sia qualcuno al vertice della piramide, questo..

Ma eccomi al punto.
I modelli di schiavitù sono il ruolo che andiamo ad occupare, il posto in cui ci andiamo a sedere nel cinema globale. Non sempre, come ben si sa, il posto lo scegliamo, molto più spesso scegliamo tra i rimanenti.

Le schiavitù psicologiche insorgono perché noi siamo esseri liberi, e quindi inadatti al ruolo di schiavi.

Possiamo avere un ruolo di prima fila, il ruolo degli dei, oppure essere in alto ma temere di essere insidiati, possiamo avere un posto piacevole ma invidiandone altri.
Possiamo correre senza senso non fermandoci mai a domandarci il perché, possiamo avere un ruolo che non ci aggrada e nutrirci di desideri, possiamo infine essere frustrati dal nostro basso profilo ed essere saturi di rabbia.

Ed ecco qua le sei sfere samsariche. I nostri sei seggi da schiavi.

Ma io continuo a ripetermi che noi siamo esseri liberi, e quindi inadatti a questi ruoli..

venerdì, ottobre 20, 2006

Modelli di schiavitù. - Parte prima


Mi è capitato di recente di riflettere sui modelli di schiavitù contemporanei.
Tradotto: giochiamo a capire “come sono schiavo io, e come sei schiavo tu!!”

Una importante schematizzazione, sorprendentemente attuale, viene dal buddismo Vajrahyana, quando si parla delle sei sfere di distrazione samsariche, ovvero i sei tipi di esistenze soggette a condizionamento.
Tradotto: i sei tipi di schiavitù.

Ora, non sono molto avvezzo ed affezionato alle classificazioni, o altrimenti credo che siano un modo come un altro per “spaccare un continuo”, ma il fatto che questa scala abbia qualche migliaio di anni mi fa perlomeno riflettere.

Paradigma 1: Il dio.
L’assorbimento in sé stessi. La riuscita completa o quasi completa di alcuni obiettivi, il successo quindi, in un certo qual ambito, o l’assorbimento completo nella ricerca dell’apoteosi causa una “trance egoica”, ovvero si diventa l’obiettivo stesso, o la corsa verso di esso. La caduta è sempre rovinosa.

Paradigma 2: Il dio “preso male”.
La corsa verso il raggiungimento di un obiettivo è continua, senza sosta, ed ogni interferenza esterna viene interpretata come dannosa o potenzialmente dannosa. La paranoia e la preoccupazione ne sono caratteristiche fondamentali. La caduta è sempre in agguato.

Paradigma 3: L’uomo e la sua invidia.
Una persona si identifica con uno stile di vita, con ciò che è suo e ciò che non è suo. Il suo materialismo diventa il suo mondo. Si guarda molto attorno, ed è costantemente in una condizione di “invidia” verso chi è simile e lui, ma meglio di lui, secondo il suo modello estetico. Piccole grandi cadute si alternano a momenti di pausa.

Paradigma 4: La corsa senza senso dell’animale.
Mi dispiace utilizzare il termine “animale” con un’accezione negativa, ma riprendo il lessico della classificazione originale. Un’attività continua, che si autoalimenta ed autogiustifica, portata all’estremo, in una corsa folle senza meta, senza scambio o confronto con gli altri, senza senso dell’umorismo o pause di riflessione, schiacciando e calpestando quando necessario.

Paradigma5: Il consumatore di desideri.
Desideri si susseguono ad altri desideri, senza mai raggiungere un’emancipazione. Più sono gli ostacoli, più aumenta l’insoddisfazione. Ma addirittura più sono gli ottenimenti, più saranno i futuri desideri e le conseguenti frustrazioni.

Paradigma 6: Lo spirito aggressivo.
L’aggressività è continua, senza sosta. La rabbia è cieca, la frustrazione e l’insoddisfazione compagne di viaggio. Non c’è tempo per i successi, in quanto l’aggressività si nutre di sé stessa.

Dunque, lo so che raccontato così sembra l’oroscopo, ma è una schematizzazione non da sottovalutare.
Il perché è sotto gli occhi di tutti, ma è più facile correre che fermarsi, soprattutto quando ce lo insegnano ancora prima di venire al mondo.
Presto i modelli di schiavitù seconda parte..
Collezionali tutti!

martedì, settembre 26, 2006

Rage Against The Machine


Rage against the machine è il nome di una famosa band crossover, scioltasi nel 2000, quando gwb è stato eletto (eletto?) presidente degli stati uniti d’america, forse la band che più ha saputo dare significato alla parola crossover, dal punto di vista musicale, sociale, politico.
http://www.ratm.com/
Ma rage against the machine è di più. E’ uno slogan, è un urlo, è un promemoria essenziale come dire, non so, qualcosa come..
“ricordati di non essere schiavo”.

The machine è l’ingranaggio giornaliero della vita, è la moderazione politically correct, è la paura, è il mercato globale, sono le ambizioni di potere, sono i limiti che ci si autoimpone. E’ l’istituzione, è l’ingiustizia, sono i ceppi di un carcerato, è il trusted computing, sono le regole che non capiamo, che non vogliamo.

Ma la cosa che più colpisce è che sulla copertina del primo cd dei Rage ci sia una foto famosa, la foto di un monaco buddista, un monaco zen vietnamita, un monaco zen vietnamita in fiamme.
Il suo nome era Thich Quang Duc, e la sua storia è quella che forse meglio rappresenta il messaggio della frase “Rage Against The Machine”.

http://www.quangduc.com/BoTatQuangDuc/18quangduc.html

Thich Quang Duc, al secolo Lam Van Tuc, si è immolato l’11 giugno 1963. Come per ogni atto di un monaco zen è superfluo indicarne lo scopo. Il suo è stato un atto e basta, ma un atto di profonda, infinita compassione. Se proprio si vuole cercare una motivazione sociale, o un motore per questa azione, la si può ricercare nella guerra, nel suo paese diviso ed oppresso da persecuzioni sociali e religiose, nelle ingerenze violente da parte di paesi esteri, nella sua gente che si azzannava in nome di divisioni posticce, di bandiere col volto dell’odio, per la sopravvivenza di “the machine”.

Sul sito a lui dedicato si trova una stupenda poesia, l'autore si chiama Drew Logan, mi sono preso la libertà di tradurla (per domino non si intende domino, ma penso si intenda la Vietnam Domino Theory http://en.wikipedia.org/wiki/Domino_effect):

Hanno detto che eri un drogato
Ha detto che eri un comunista
Hanno detto che eri solo un vecchio rincitrullito
Non hanno detto nulla del tuo spirito
Non hanno detto nulla del tuo coraggio
Non hanno detto nulla della tua compassione
Pieno centro di Saigon, angolo di Phan Dinh Phung e Le Van Duyet
Mezzogiorno dell’undici di giugno, millenovecentosessantatre
Davanti al mondo intero ti sei immolato.
Lam Van Tuc, il vecchio ragazzo di sette anni
Ha dato la vita sapendo di diventare un monaco
Thich Quang Duc, il vecchio monaco di sessantasette anni
Ha dato la vita sapendo di diventare un santo.
Parlavano di domino
Parlavano di comunismo
Parlavano di libertà
Non hanno detto nulla sulla guerra civile
Non hanno detto nulla sui buddisti
Non hanno detto nulla sull’oppressione
Pieno centro di Saigon, angolo di Phan Dinh Phung e Le Van Duyet
Mezzogiorno dell’undici di giugno, millenovecentosessantatre
Davanti al mondo intero ti sei immolato.

je

martedì, settembre 12, 2006

Anima


Jerome accuratamente sottolinea:

Non so perché mi metto a scrivere certe cose.
Riporto, da Repubblicaonline:
Anche gli animali hanno un'anima. Lo sostiene un italiano su due.
Non riporto il testo dell’articolo, ma parla dei risultati di un sondaggio.

Primo: Anima, da wiki.
Secondo il dualismo platonico e gnostico, l'anima è per sua natura simbolo di purezza e spiritualità. Ha la sua origine nel soffio divino (da cui il significato stesso della parola, ossia vento, il soffio). Per Plotino l'anima è la terza ipostasi, la cui essenza è immortale, intellettiva e divina. […]
Secondo la contrapposizione gnostica tra Dio (Perfezione, bene) e Materia (imperfezione, male), l'anima sarebbe stata calata da Dio in un corpo materiale e sarebbe stata contaminata dall'intrinseca malvagità della materia stessa.

Finendo qui le citazioni, l’anima nel senso più tradizionale del termine sembra quindi presumere due cose: l’esistenza di un dio e l’immortalità.

Dubbi:
1)l’esistenza di un dio, (non solo mio, direi, come dubbio). Diciamo che l’esistenza di un dio superiore all’uomo metterebbe l’uomo in condizione di inferiorità rispetto ad esso, alimentando ancora il più generale paradigma gerarchico dio-uomo-animali-altro. Sbilanciamoci così dicendo ancora che l’esistenza di un dio, se provata, avrebbe il vantaggio, per l’uomo, di lasciare aperto uno spiraglio per
2)l’immortalità, la quale, se non si ammette l’esistenza di un dio in quanto entità superiore resterebbe nulla più che un dubbio. Con un dio-superiore, invece, si entrerebbe nel classicissimo paradigma del dio-padre-giudice.
3)tornando all’articolo di Repubblica, il dubbio sulla vaghezza della definizione di animale (che, sotto gli occhi di tutti, contiene la stessa radice etimologica del termine anima). Tutti gli animali avrebbero un’anima? Solo qualcuno? Nessuno?

Postuliamo ora il principio di eguaglianza, almeno fino ad affermare: dio=uomo=animale (dove però per dio qui si intende qualsiasi entità vivente non percepibile con i nostri sensi, quindi virtualmente non esistente, o virtualmente esistente, cosa cambia poi).

Continuerebbe a permanere così il dubbio 1, risultando a questo punto però insignificante, in quanto questa tipologia di dio non potrebbe garantirci l’immortalità. Il dubbio due non avrebbe più così senso di esistere, in quanto a questo punto l’immortalità ce la potremmo tranquillamente scordare (senza un dio-garante-giudice), tranne invocando un interessante artifizio, di origine induista e ripresa da alcune scuole di buddismo, quale la ruota karmica della reincarnazione.

Invochiamolo.

Se dio=uomo=animale (e mi fermo qui per semplificare), potremmo quindi finire per “reincarnarci” come dei, uomini o animali, al che l’anima verrebbe trasportata da un’esistenza all’altra (conservando il ricordo? non conservandolo?) e così fino alla fine dei tempi.

Il terzo dubbio lo si uccide ora dicendo che il segno = porrebbe sullo stesso piano tutti gli animali, comprese le zanzare. Quindi o l’anima esiste per tutti, o per nessuno. Comprese le zanzare.

Sempre per il principio di eguaglianza, se l’anima non esiste per l’uomo, non esiste degli dei, e nemmeno per gli animali. E ci dovremmo accontentare di questa vita.

Lascio perdere eventuali soluzioni “discrete”, quali artifizi del tipo -una massa cerebrale che supera una certa soglia potrebbe implicare la presenza dell’anima-, -l’estensione del principio di eguaglianza al mondo inanimato implicherebbe ulteriori ampliamenti del concetto di anima (sfiorando così l’animismo)-, ecc..

Il perché dell’anima forse rimane l’aspetto più semplice sul quale dibattere, ovvero quest'eccezionale invenzione (o supposizione) ci permetterebbe di porci con più sicurezza di fronte al dubbio 2, spostandoci più o meno lievemente dalla parte dell’immortalità-sì e lenendo così lievemente la paura della morte.

Per toglierci da incredibili complicazioni, forse la soluzione più semplice sembra infine essere quella di scordarci l’anima in generale, e prepararci all’ineluttabilità della morte. O ammettere una definizione il più possibile generale di anima, e prepararci alla nostra prossima vita da zanzare.

je

martedì, luglio 04, 2006

Il dentro ed il fuori


Un flacone di bagnoschiuma in equilibrio sul sottile stipite della doccia. Lo prendi, lo posi, lui cade e non puoi che maledire la sorte. Ti tocca, tutto marcio, tirarlo su prima che se ne versi, nella doccia o peggio al di fuori, sul pavimento antistante ad essa.

Con l’acqua insaponata negli occhi o bagnando tutto il pavimento. Non hai scampo.

Ma l’uomo a questo punto può andare avanti, riflettere.

Qual è il baricentro del flacone pieno? Supponiamo per semplicità che sia un perfetto cilindro a base circolare, od ellittica, approssimazione comunque verosimile. Quand’è pieno il baricentro si trova a metà altezza del flacone.

Ovvia considerazione: il flacone è stabile quanto più si trova in basso il suo baricentro.

Il sistema-bagnoschiuma è composto da due parti: il flacone esterno ed il liquido interno. Il baricentro del contenitore si trova quindi e sempre a metà altezza circa, mentre il baricentro del fluido si trova a metà altezza (lo consideriamo a densità costante) della quantità di liquido presente in quel momento nel flacone.

Se, come ho detto, il flacone è pieno, i due baricentri coincidono, a metà altezza. Quando inizia a svuotarsi, il baricentro del liquido inizia ad abbassarsi, e con esso anche il baricentro dell’intero sistema. Ma non per sempre.
Quando il bagnoschiuma sarà finito, infatti, il flacone sarà vuoto, ed il suo baricentro sarà nuovamente a metà altezza del contenitore.

Orbene, qual è l’altezza magica in corrispondenza della quale il baricentro del sistema è più basso, la struttura quindi più stabile, ed io posso stare più tranquillo nell’appoggiare il flacone sullo stipite?

Come un vortice mi assale una metafora della vita: se ci si preoccupa solamente dell’involucro, la struttura sarà molto instabile; se ci si preoccupa invece dell’aspetto interiore, del contenuto, starà instabile ugualmente.

Il trucco sta nel trovare il massimo equilibrio, che si trova in un punto difficilmente calcolabile, e continuamente mutevole. Un punto che compendi l’influenza del contenuto e del contenitore. Perché il sistema è inscindibile, ed entrambe le parti sono importanti.
Un’alterazione della quantità del contenuto porta uno squilibrio del tutto.

Ma esisterà veramente un contenitore ed un contenuto, o è un’immane presa per il culo?
Uno squilibrio può implicare una caduta, ma una caduta verso dove?

lunedì, giugno 26, 2006

Scrivere della vita e dell'immaginazione...


Purtroppo l’avidità ed il ritmo frenetico della società del consumo della quale faccio parte fa sì che il mio tempo sia limitato, talvolta concentrato in un’autodifesa circoscritta per non subire dipendenza alcuna né farmi travolgere dalla sindrome dello schiavo inconsapevole.

Allora mi nutro della libertà che ho a disposizione, di quella che non si vende al discount anzi non si vende proprio, e attendo di trovare quel tempo, seduto sul balcone di casa mia accanto al bonsai che cresce abusivo direttamente dal pavimento del terrazzo, sfidando ogni legge della natura nonché questo caldo porco, nel quale inforcare la biro e cercare di utilizzare l’inchiostro nero con la massima originalità diviene spontaneo come lo scrosciare di una cascatella di un torrente di montagna, dove l’acqua non si trattiene in alto, ma si lascia dondolare fragorosa verso il basso e verso la sua destinazione. Così l’inchiostro può trasformare una macchia in una testimonianza permanente di una vita impermanente, in un linguaggio codificato e limitato che pur tuttavia può trascendere il suo scopo, i suoi limiti, il luogo che descrive.

Per scrivere io intendo portare avanti “Cinque stelle”, che come primo intento volevo comparisse “a rate” sul blog, ma l’intenzione supera la ragione, e devo desistere. Lo continuerò accanto al mio bonsai, senza fretta, respirando l’aria buona della mancanza di vincoli alcuni. O nel caos onirico.
Ma sono fiducioso.

Nel frattempo uso il blog in quanto blog, e mi lancio nella nuova avventura delle interviste, dopo quella a Rocco avvenuta in un estatico pomeriggio di primavera. La prossima vittima sarà Onesto, ed a differenza di Rocco lui risponderà alle domande senza passare attraverso il mio filtro cognitivo.

Nel frattempo la ricerca della mia personale libertà è passata anche di qui: http://www.buddhanet.net/ dove c’è tantissimo materiale da scaricare (libri su libri), solamente in inglese però, maledetti imperialisti! (i sogghigni…)
Ad esempio ventisei (ventisei!) libri sul Mahayana! E da lì si arriva pure qui: http://www.sanrin.it/ !! Direttamente da Lucio!

Ci si può poi cuocere il cervello passando di qua: http://www.michaelbach.de/ot/mot_adapt/index.html

Buona cucina,

lunedì, giugno 19, 2006

Lucid dreaming


Il sogno lucido è semplicemente il sogno nel quale si diviene consapevoli di stare sognando.
Scrivo questo perché proprio l’altra notte mi è capitato il più lucido e cosciente sogno della mia vita (stupore…) .

Questa è solo una personale introduzione all’argomento, potrei anche prima o poi descrivere il sogno, mi ha aperto delle porte che non pensavo nemmeno esistessero (incredulità…) .

Ho scoperto i sogni lucidi leggendo i magici libri del Castaneda vari anni fa (li ho letti tutti, evviva il fanatismo…). E’ stata un’esperienza straordinaria. Incredibile immaginare che i sogni si possano gestire, comandare, vivere consapevolmente quasi fossero un’altra vita. Faccio una breve introduzione al sogno lucido. E vi garantisco, è tutto vero, non è fantascienza, ho provato tutto sulla mia pelle. Solo, non bisogna avere fretta.
Per un po’ di bibliografia, vi consiglio di leggere “L’arte di sognare” di Carlos Castaneda, una pietra miliare. Oddio, è romanzato, almeno credo, ma la cosa incredibile è che le sue tecniche, almeno quelle che ho provato sulla mia pelle, funzionano. Quindi perché porsi il dilemma che si pone ogni lettore non lobotomizzato di Carlos: -Sarà vero o sarà tutta invenzione?-.

In fondo i suoi libri spingono nell’unica direzione che amo, ovvero la ricerca della libertà personale. E non c’è nulla che fa sentire più liberi della capacità di gestire a piacimento il corpo di sogno.
No, non sono alla quindicesima canna. Per corpo di sogno intendo il nostro corpo, quello che ci sentiamo addosso nei sogni.. Non vi è mai capitato di sentirvi impacciati a muovervi nel sogno, a correre, a parlare, come se il corpo non vi appartenesse? Bene, è solo questione di abitudine, di pratica, di volontà, come tutto nella vita. Lo chiamo imparare a gestire il corpo di sogno, nessuna pratica magica, nessun fricchettonismo new-age: solo una potenzialità in più.

Come sitografia, si può leggere in inglese il sito del Lucidity Institute, a Stanford, http://www.lucidity.com/, dove addirittura emeriti professori fanno ricerche sui sogni lucidi. Hanno persino inventato un aggeggio, il NovaDreamer, in grado mentre si sogna di mandare dei lampi di luce, i quali vengono percepiti dal dormiente, che vedendoli realizza di trovarsi in sogno, comprendendo così che è il momento di divenirne consapevole e di provare a gestirlo.

E qui uno dei punti fondamentali.

So per certo ora che una parte di attenzione viene trasmessa dalla consapevolezza normale, quotidiana, a quella del sogno. Se io penso –stanotte nel sogno se vedo un lampo di luce devo comprendere che sto sognando- e lo penso una, due, venti volte, magari non stanotte, non domani notte, ma prima o poi questa informazione passa dalla coscienza normale alla indisciplinata coscienza del corpo di sogno. Allo stesso modo, se io voglio voglio voglio sognare una certa persona, un certo luogo, o solamente avere un sogno lucido posso stare sicuro che la o lo vedrò o vivrò un sogno lucido. Sperimentato sulla mia pelle, e sulla pelle di gente che conosco molto bene.

C’è anche un sito italiano che ho trovato il quale sembra interessante, si chiama http://www.sognilucidi.it/portale/ , sembra ben fatto ma non garantisco, l’ho trovato da poco. Ho sempre paura di quella derive new-age filo-superstiziose che invece di donare libertà ne tolgono, portando sulla tortuosa strada in discesa del fanatismo. (ehi ma tu...)
C’è anche una pagina di wiki in inglese, http://en.wikipedia.org/wiki/Lucid_dream , ed una un po’ meno esaustiva in italiano http://it.wikipedia.org/wiki/Sogni_lucidi .

Le cose che più mi piacerebbe riuscire a compiere sognando lucidamente nel futuro sono, e qui è vietato ridere: -trovarmi in sogno mentre dormo nel mio letto
-cercare determinate persone nel sogno, e vedere se è possibile o fantascientifico il cercarsi reciprocamente in sogno (sembra possibile da alcune ricerche di lucidity)
-(qui si va nel fantastico vero e proprio) provare in sogno a modificare oggetti nella realtà (lo so non ci credo neanche io, ma perché non provare? E se Castaneda avesse ragione?)

Tra l’altro, anche nel buddismo Vajrayana a quanto mi risulta vengono utilizzate tecniche di sogno lucido, e questo aumenta ancora la mia curiosità, anche se da buon estimatore di zen non credo in tecniche particolari per raggiungere l’illuminazione, anzi come dice Dogen, forse non c’è nemmeno illuminazione.

Al buon lettore..

lunedì, marzo 13, 2006

Il dilemma del credere - riflessioni


E' un sacco che non aggiorno il blog, mo' lo faccio..
Cinque stelle è andato avanti, anche se è un po' arenato. Alcuni dilemmi mi trafiggono, quindi finché non ne risolvo almeno i due terzi resta lì crocifisso a mezz'aria. Tanto non patisce.

Ho scritto un nuovo racconto, lo pubblico appena ritrovo la penna USB. Mi ritrovo sempre avvolto in atmosfere un po' oscure quando scrivo ultimamente, anche se la mia vita di ogni giorno non è impantanata nel lugubre come potrebbe sembrare. Ovvio che non credo in entità superiori nel libero mercato nelle scappatoie dalla realtà nella realtà stessa nell'amore eterno nella vita dopo la morte nella democrazia e ad un sacco di altre favolette..

No dai, non sono così messo male..
Magari credo, diciamo forse un pochino nell'accettazione incondizionata in una birra tra amici nell'amore stupendamente temporaneo in chi non ti impone di credere, nella relatività dei risultati in una tazza di té verde nella morte nell'umana paura di morire nello sguardo puro del mio cane nella primavera che ci porterà via questo freddo e noioso inverno. Crederò per sempre negli occhialoni di mio nonno in chi ha pianto di gioia quando mi sono laureato in chi mi ha ringraziato per averlo ospitato in chi ha accettato i miei ringraziamenti quando mi ha ospitato in chi mi ha detto parole dure ma sincere, forti come un manrovescio in pieno volto.

E scusatemi se non sempre uso le virgole, ma non sempre si pensa con le virgole. Anzi penso spesso con i punti interrogativi, ma non li metto forse per arroganza forse per mascherare la mia insicurezza.

Comunque a giorni metterò su il mio nuovo racconto sempre della serie "Uomini che cercano il senso della vita" (senza trovarlo ovviamente, o rendendosi conto di cosa voglia dire "trovare"). Il titolo è La differenza.

Lascio con una frase che ho letto vicino alla porta del cesso di un pub a Cuneo, non firmata:

Un cane abbaia sue idee, smette quando impongo le mie.