sabato, luglio 25, 2009

E Anarcobuddisti fu. Finalmente


Ho finalmente finito Gli Anarcobuddisti. Dopo 5 anni, fatiche immemori, blocchi dello sfigascrittore, maquillage vari, cambio di titoli (prima era Cinque Stelle), dubbi sulla trama, sui personaggi e sui cambi di stile. Il mio romanzo/mosaico è finito. Gira tra buddismo, massoneria, anarchismo, sogni lucidi, femminismo e inutilità della vendetta, ma la cosa sconvolgente (per me soprattutto) è che sono riuscito alla fine a tirare giù qualcosa con una trama. Incredibile. Non ha pretese (anche se più scrivo più scopro che mi piace scrivere), non ha ambizioni di essere un gran bel romanzo ma qualcosa, qualche pagina rileggendola mi ha proprio soddisfatto. Saranno le registrazioni fatte sul cellulare mentre guidavo, i pensieri sparsi che hanno trovato una collocazione, le riflessioni a cui sono giunto nel tentare di riallacciarmi al filo logico.
Forse pulp è la definizione giusta, alla fine, ma chi se ne fotte dello scaffale. Per me finirlo era una sfida. Ora mi posso lanciare in qualcosa di nuovo, qualcosa che una trama ce l’ha di brutto, qualcosa che tratti i suicidi e la zeta di Riemann, passando per i guru autoprodotti. E magari per un locale con una porta che dà su di un precipizio e al gatto di Schrodinger.
Nel frattempo Gli Anarcobuddisti rimane lì, completo davanti a me. Se leggete queste righe vuol dire che mi conoscete, quindi se mai vi interessa potete chiedermene una copia pdf e ve la mando.
Con amore ardore e stupore,
jejepà

venerdì, giugno 26, 2009

La ruota della sofferenza


Forse sto avvicinandomi alla fine degli Anarcobuddisti. Prova e riprova non mi aspetto niente, il vero percorso passa solo dallo scrivere. Lancio lì un estratto, particolarmente riflessivo:

T: Avrei voluto, caro Giò, continuare il cammino con te; nessuna rivoluzione, nulla di drammatico, ma una decisa epurazione di quei pochi individui che pensano di tenere il mondo sotto ai loro piedi. Questo per il bene nostro e dei più deboli. Non sarebbe un atto di violenza, ma un atto di compassione. Noi due, assieme, potremmo fare grandi cose. E c’è un altro fattore da considerare, che non mi stancherò mai di ripetere: noi siamo gli unici che possono farlo. E’ brutto da sentire forse, ma necessario. C’è una discreta probabilità che se io e te non ci diamo una mossa questi stronzi prima o poi veramente decidano di decimare l’umanità. Se poi la moltiplichiamo per la probabilità che io e te siamo gli unici che sanno cosa attende la miserevole razza a cui apparteniamo e che non sono complici del piano tremendo, e magari decidiamo di starcene con le mani in mano a guardare, anche ad osservare con attenzione, cosa che tu sembri proporre (probabilità, anzi moltiplicazione anche questa di due fattori di probabilità che si avvicinano pericolosamente a uno e quindi portano il secondo fattore decisamente vicino all’unità), otteniamo la probabilità che in un prossimo futuro (e per prossimo mi sento di parlare dei prossimi cinque o dieci anni) si venga a verificare una reale filtrazione della specie uomo onde conservare in vita solo quegli individui che soddisfano un certo numero di criteri, questi ovviamente definiti da chi sta da lungo tempo congegnando tutto il discorso epurazione. Forse il termine più adatto è macellazione a scopo terapeutico.
Quindi perché non alzarci ed imbracciare le nostre modeste armi, vecchio nonché unico amico, e cercare di creare perlopiù quanti più problemi possibile a chi non ha peraltro esitato a lasciarci putrefare da vivi in delle gabbie ipertecnologiche con dei cavi infilati fin nello sfintere, e monitorandoci anche quando ci lasciavamo andare in una buona e sana masturbazione (ovviamente onirica, perché la sensazione che ho provato toccando per la prima volta realmente il mio glande è stata violenta, ma al tempo stesso morbida, come un ammaraggio su di un’acqua spumosa, mossa e gelida allo stesso tempo. Lo scoprire una valle piena di sole e di verde ma al tempo stesso carica di quel fango fertile e vivo, mamma mia quanto vivo, alle volte basta dirigere lo sguardo un briciolo sotto la superficie.
La compassione di cui sempre mi parli, forse la compassione questa volta è ora di dimostrarla verso chi ne ha realmente bisogno.
Altro che le stronzate buddiste non interventiste di cui comunque, vorrei che te lo tenessi a mente sempre, ci hanno infarcito la mente loro.

G: Separare, separare. Non fai altro che separare, e pure io ho agito come te per gran parte della mia vita. I buoni dai cattivi, noi da loro, la gente comune da noi. La vita dalla morte, la Fratellanza dalle altre sette, i principi morali dai principi etici. Noi siamo lo stesso prodotto e lo stesso principio generatore. La ruota che gira, proprio quella ruota, siamo noi quanto loro. Non si possono separare i raggi dalla ruota e la ruota dai raggi. I raggi stessi non esistono se non come parte della ruota. Facciamo parte della stessa catena alimentare di odio, dobbiamo rendercene conto. Bisogna comprendere che se proprio vogliamo avere la parvenza di tirarcene fuori, dire io non c’entro, non voglio entrarci, dobbiamo in un qualche modo essere l’ingranaggio non funzionante, il sottosistema de sistema che riceve input ma non fornisce output. Ed allo stesso tempo realizzare che continueremo sempre a girare, perché dentro con noi ci sono i nostri fratelli, ed i nostri fratelli siamo noi. I nostri carnefici siamo noi, e quelli che sono state invece le nostre vittime non siamo altro che noi. E’ una questione vitale, una questione di allontanare il punto di vista fino non ad uscire dal meccanismo ma perlomeno a comprenderlo, abbracciarlo in toto, perché forse amare ciò che dovremmo distruggere è il primo modo di violare quella logica che lo tiene in moto, è il primo vero atto rivoluzionario.
Unirci fino a sentire il meccanismo parte integrante delle nostre budella, fino a sentire la sofferenza di tutti gli uomini come la nostra bile, l’intenzione malvagia di esseri contro altri esseri come qualcosa che non dobbiamo sbrigarci a defecare, perché se e come si verranno a creare le condizioni contingenti allora succederà –la defecazione-, e noi saremo lì, parte che defeca e parte defecata, perché la vera compassione abbraccia tutto, senza distinzione, e perché non ci possiamo illudere di separare senza generare odio.


giovedì, aprile 30, 2009

Conversazioni con un suicida


-Non che ci sia tutta questa differenza tra me e te
-E tu che cazzo ne sai di me?
-Quello che vedo ora. So che ci vanno le palle per lasciare tutto
-Le palle? Le palle? Le palle ci sono per continuare, e per sorbirsi tutti i giorni i soliti coglioni che parlano di cose ovvie e ci tirano per il culo tra cose scontate e schifosamente dovute. Dovute capisci? E a te niente!
-dovute a chi dai? Non dire stronzate. Dovute perché ti hanno insegnato che sono così. Fa un freddo cane qua sopra.
-allora vattene
-no perché mi pagano per stare qui e fare il mio lavoro, e stare a parlare con gente come te
-allora mi sa che questa volta lo perdi, il lavoro
-in realtà non me ne frega un cazzo. Di lavori ne ho altri due. Se faccio questo è solo per passione
-bella passione di merda
-la differenza tra me e tutti gli psicologi del cazzo è che io credo veramente in gente come te. Credo solo in gente come te
-ma che cazzo dici?
-io ci credo. Assolutamente. Nei disillusi. Nei fottuti nel cervello. Nei disperati. Siete voi che avreste qualcosa da insegnare agli altri, non sorbirvi i predicozzi, i consigli degli psicologi e gli antidepressivi
-io non ho niente da insegnare capito? Vattene via.
-senti se io sono qui è perché credo in te. Perché penso che tu ora sia in grado di insegnare qualcosa a me, che tu ci creda o no non ti prendo per il culo.
-io voglio solo morire
-prima fammi capire. Fai l’ultimo atto nobile della tua vita. Certo è una scommessa del cazzo per uno come me credere in gente come te, a cui hanno insegnato a competere e non fallire. Tu da solo sei arrivato a capire che è tutta una presa per il culo capisci? Dammi questa piccola possibilità. Sta per mettersi a piovere.
-cosa resta? Cosa resta, se escludi quello che ti hanno insegnato a credere? Se escludi la grande presa per il culo? O ti adegui, o finisci a fare il barbone, e scusami io non ci sono portato. Preferisco morire.
-in realtà ci sono molte più possibilità di quello che credi per i disillusi falliti senza un cazzo come te. Tipo spostare l’attenzione non solo più su di te. E ci potresti pure vivere. Certo è più facile imbottirsi di xanax e dirigersi verso questo minchia di cornicione per farla finita
-risparmia i discorsi del cazzo sull’altruismo e sulle droghe e su tutti i vostri fottuti moralismi
-io mi riferisco solo alle situazioni che ti permettono di imparare qualcosa. Finire a pulire il culo ai vecchi ecco, quella è una situazione che ti permette di imparare qualcosa. Questo è come la vedo io
-a lavarti bene le mani, sicuramente.. [ride]
-[ride]
-…
-sei simpatico. Simpatico come spostato. Se avessimo più tempo potremmo andare a berci una birra insieme
-non sono ricchione
-ahah ma che dici
-e lo faresti per pietà. O non lo faresti
-questo perché non credi a niente di quello che ti ho detto fino a adesso. Che io imparo da gente come te
-in effetti non ci credo. Ma se mi dici che impari a pulire il culo ai vecchi capisco che ci stai dentro meno di me
-a proposito tu bevi?
-bevo? Alcool
-no bevi acqua. O per sopravvivere non fai uso di alimenti liquidi
-ma che sei scemo
-va beh che ti stai per suicidare, ma non è che devi perdere del tutto il senso dell’umorismo
-non l’ho mai avuto
-cazzate. Prima mi hai fatto ridere
-certo hai le mani che puzzano di merda..
-[ride] ti va una birra?
-ma che c… veramente sei venuto qui con una lattina di birra in tasca? Per cosa, per comprarmi?
-no, più per me. Se no ne avrei portate due. Se va bene ti porto giù e andiamo assieme a bere, prima che ti affidino a qualche psicologo della mutua. Se no ti guardo spiaccicarti stappandomi una lattina
-e non te ne fregherebbe un cazzo? [a bassa voce, voltandosi] ma che cazzo di domande faccio, è ovvio che …
-se devo essere completamente sincero, rimpiangerei l’occasione persa di non avere conosciuto una persona potenzialmente interessante, per lo meno per commentare nei pub gli sguardi accesi dei cazzoni di turno davanti alle partite
-ma che cazzo ne sai di me! Come fai a dire che sono interessante! Piantala con le ricchionerie finte
-parli troppo di sta faccenda dei ricchioni. Magari il ricchione sei tu. Ti piace nel culo vero?
-vaffanculo..
-che c’è di male. Ho un sacco di amici ricchioni. E sono di sicuro più rispettosi di tutti i fottuti animali da branco calciotelemacchinadipendenti che ci sono in giro. Che adorano e temono la vagina in maniera ossessiva, vittime di complessi irrisolti verso le loro madri e che per me si possono tenere vita natural durante. I complessi con le loro madri, intendo. Gente che io so che tu odi come me, vero?
-vaffanculo. Io non conosco ricchioni e non ho amici. Ho dedicato trentatre anni della mia vita allo studio e al lavoro per vedere tutto fottuto in una settimana. Non che ci credessi, ma mi difendevo. Invece niente ha senso
-è la prima cosa sensata che ti sento dire, questa. Bravo, ci sei arrivato. Quindi quando hai finito di piangerti addosso mi dici se ti va un sorso [stappa la birra e inizia a bere]
-…
-allora? Io sono qui. E non me ne vado.
-me ne vado io..
[pausa]
-va beh dammi un sorso
-bene.. tieni .. [inciampa] cazzo!!
-occhio! Poi sono io quello che dovrebbe morire tra i due
-vaffanculo. A momenti ci andavo io
-non male.. [beve] .. fresca
-te ne racconto una
-glubf
-un mese fa mi hanno mandato a prendere una che si voleva buttare giù dal ponte CLJ. Una tipa bionda sui quaranta in tailleur, tradita dal marito.
-eh..
-arrivo là e questa qua piangeva come una fontana
-io mi avvicino con il mio approccio, con l’idea anche stavolta imparo qualcosa, e inizio a parlarle
-beh? Sveglia, non ho troppo tempo… sai com’è devo morire
[ridono]
-no senti, appena attacco discorso questa inizia a piangere a dirotto e a raccontarmi tutti i suoi litigi col marito e cazzi e mazzi di cui a me, in sincera onestà, me ne fotteva poco
-te l’ho quasi finita. Scusa [ride]
-va beh.. in quel momento realizzo una cosa. Se devo far bene il mio lavoro, e portare la tipa giù, devo starla ad ascoltare, perché è quello che vuole, cercare di comprenderla e sorbirmela, e replicare con le solite tiritere hai ancora tanto da dare, di sicuro troverai qualcuno che può starci vicino, proviamo a capire insieme cosa potrai fare una volta che avrai tolto tuo marito dalla tua vita
-di sicuro te la volevi fare eh?
-no, ma dai. Sesso pari a zero. No, però ho dovuto farlo, ho dovuto dire una vasta serie di minchiate scontate per tirarla giù di là, e ce l’ho fatta. Sembrava recitassi il libro cuore
-bravo, vuoi gli applausi?
-no tu scherzi, in confronto con uno come te almeno capisco. Capisco perché sei andato oltre le cazzate scontate, e cosa hai trovato
-ho trovato il nulla. Il nero
-no la depressione è una brutta bestia, ma venire qui le dà comunque una bella scossa. In un qualche modo ti sei deciso a tagliare il velo nero che ti era caduto addosso
-sì, morendo, bel modo di tagliare. L’unico per me
-ascolta. Passato, depressione. Presente, cornicione futuro..
-coglione
-no, andiamo a farci la maledetta birra che mi hai appena scolato. A te una in più non fa male, visto come sei messo di merda. Io poi, ne ho bisogno. Ho una sete fottuta. E ho pure voglia di pisciare.
-hah.. sei lo psicologo più cazzone che mi poteva capitare.
-forse l’unico che può capire un minchione come te.. ti dispiace? [si alza e si tira giù la zip]
-che cazzo fai? Girati almeno, ricchione.
-ancora con sta storia del ricchione. Lasciami pisciare in pace. Mi piace pisciare dai cornicioni. Immaginare i fichetti che ci credono, con l’auricolare mentre gesticolano da soli in mezzo a Brighton Street e intanto si beccano la mia urina fetida sui capelli ingellati. Potrei stare pisciando su uno come te..
-[ride]
-prima che tu facessi un vero atto di coraggio, cioè venire quassù. Di qui nessuno ti può pisciare in testa, tanto meno da centocinquanta metri
-sai che ti dico? Scappa anche a me. E se mi gira dopo la piscia mi butto pure io. Anche se a questo punto piscerò solo sui pompieri là sotto. Ci sono solo sbirri e pompieri.
-allora spostati un po’ più in là. La, sotto, di là [indica].. ci sono delle persone.
[pausa pisciata]
-Allora, sta birra?
-sei un fottuto stronzo. Andiamo.
-se poi vuoi ancora suicidarti, ho studiato parecchio a riguardo. Ti so dire un paio di cocktail di farmaci che non ti fanno sentire neanche un dolore. Da morire col sorriso, senza coglioni come me che ti vengono a rompere.
[risate]

giovedì, marzo 06, 2008

Camminare - "Da gli anarcobuddisti capitolo 25"


La prima cosa che ho fatto appena ho potuto camminare è stata andare in un campo. Niente di che, quel campo davanti alla finestra. Avevo il fiatone dopo aver zoppicato per un centinaio di metri. Solo tra l'erba e la rugiada, io nemmeno capace di tenermi in piedi per più di un minuto di fila, sporco e pallido. Durante la mia prima gita. La prima che ricordi. La lunga gita nel prato là davanti. Mi sono seduto, bagnato e col freddo che mi divorava le ossa. Ridevo. Ridevo della mia solitudine e della mia situazione. Del fatto che io, abituato a combattere infinite battaglie con l'immaginazione, infinite sfide con l'anima della gente, ora mi impegnavo per riuscire a non macchiarmi di escrementi. In quel momento non riuscivo a smettere di ridere, mentre il sole del mattino tardava a spuntare dietro le colline troppo lontane.

Poi sono tornato nella casa e ho scritto questo:

Meditazione sulle Quattro Nobili Verità.

La Prima Nobile Verità è la verità del dolore. Tutto è dolore, la nascita è dolore, la vita è dolore, la sofferenza è dolore, la morte è dolore. Lacrime amare. Sangue. Un arto amputato. La disfatta di un grande sogno. L'umanità intera liberata dagli oppressori. Gli oppressori che usano l'umanità stessa contro di sé per decidere chi può e chi non deve sopravvivere. Il crepuscolo dell'ultimo giorno. La gioia di vedere nascere un gattino in un fienile, mentre fuori nevica. La parabola inevitabile di ogni cosa. Il secondo principio della termodinamica. L'impossibilità di guardare oltre i propri orizzonti. Il cinguettio sul mio davanzale. I pantaloni inzuppati. Laddove c'è vita, c'è impermanenza, e c'è dolore.

La Seconda Nobile Verità è la verità dell'origine del dolore. Laddove c'è brama di un'ulteriore esistenza, la c'è dolore. La perpetrazione di ogni cosa in natura. La ciclicità. La sorgente e la foce. Le balene che si arenano, su spiagge lontane dove la sabbia è così fine. Il desiderio che tutta questa gioia non possa finire mai. Il caffè espresso che si esaurisce in due sorsi, e non è giusto. Il desiderio di copulare. Il desiderio di vedere nei figli un riflesso di noi stessi. L'arroganza dei potenti nello sconfiggere la morte. L'arroganza e basta. Ogni gerarchia. Ogni senso di superiorità. Ogni divisione. Ogni classificazione. Ogni amore selettivo. L'amore non è selettivo, ma onnipervadente.

La Terza Nobile Verità è la verità della cessazione del Dolore. La cessazione della brama di un'ulteriore esistenza porta alla cessazione del dolore. E l'albero si assopisce nella pioggia autunnale mentre la nonna prepara la pasta fatta in casa, su un legno che è vecchio, ma vecchio da avere già dei profondi solchi laddove mani abili lo hanno premuto per decenni nel sacro gesto di impastare.

La Quarta Nobile Verità è la verità del Sentiero che conduce alla cessazione del dolore. Retta azione, retta intenzione, retta visione, retta parola, retto sforzo, retta concentrazione, retti mezzi di sostentamento, retta presenza mentale, retta rivoluzione, retta manipolazione, retto sguardo verso le scarpe bucate che ti avvolgono i piedi, retta postura mentre le gambe non ti reggono, ma il sorriso sì. Retta fusione con tutto ciò che ti circonda, perché non sei proprio niente, mentre hai addosso due stracci e sei solo in mezzo a un campo non coltivato, l'erba talmente verde e talmente fredda che pare volerti ingoiare, mentre non pensi ad altro che al fatto che tu vuoi vivere, sì vuoi vivere nient'altro, ma la vita non ha senso se non ti accorgi che il freddo che ti sta uccidendo in realtà sei tu, e tu sei la distruzione e la generazione dei cicli della natura, e tu sei anche il secondo principio della termodinamica che non lascia scampo ad ogni perfetta conservazione del moto, ed anche dell'esistenza. Tu sei lo stato di massimo disordine, ed anche quel gatto massacrato nella notte dalle volpi, perché era ancora troppo piccolo per andare in giro. Tu sei la ruota della massima sofferenza e della massima gratitudine, tu sei i molteplici universi possibili e la cataratta che ti colpirà da vecchio. Tu sei la mattina ed il pomeriggio, ed anche gli anelli di Saturno. E mentre ridi a perdifiato senza volerlo nemmeno, ti ritrovi a conoscere del mondo più di quanto hai conosciuto in decine d'anni di sogni assurdi.

venerdì, dicembre 07, 2007

Il cubo - (da gli anarcobuddisti, appendice 2)



Jona sta lavorando sul portatile in camera.

Sono seduto sul divano. Solo. Ho sonno. Non ho voglia di fare nulla, questa nuova vita di meditazione ed autodisciplina, nonché di astinenza sessuale mi stanca più della precedente. Non so quanto durerò.

Mi addormento di botto.

Devo andare alla stazione con una Golf blu scura, modello vecchio prestatami da mia zia. Lei mi aspetta là, dove io le restituirò la macchina e prenderò il treno per andare a trovare mia madre. Dovrebbe esserci anche un mio amico che mi aspetta alla stazione, Enzo.

Trovo parcheggio vicino all’entrata, saranno un centinaio di metri. Che culo, il parcheggio lì è pure gratuito.

Lascio la macchina ed entro in stazione, dove mia zia mi aspetta con Enzo. Le do le chiavi. Il treno è alle 17:18, ho ancora tempo. Esco e la accompagno alla macchina. Ma la macchina non c’è più. L’hanno rubata in 15 minuti.

Come è possibile? Forse ricordo male dove l’ho parcheggiata. Giriamo un po’, Claudia è nel panico. Io pure. La macchina era lì, e ora non c’è più. Dovrò ripagargliela. Sono disperato, mi viene da piangere, la zia sta già piangendo. Enzo mi aiuta a cercare la macchina, ma era lì, ed ora non lo è più.

Mi impegnerò a ripagargliela. Questo è un grosso, grossissimo casino. Non mi è mai capitata una sfiga del genere. Non ci vedo nemmeno bene. Inizio a girare per la città, sono vicino al quartiere più malfamato, ma non ho paura. Figuriamoci, io sono l’ultimo degli ultimi.

La strada è sterrata, le case diroccate. Non pensavo esistessero strade non asfaltate in questa cazzo di città. Le case qui sono proprio baracche, davanti a me c’è una fabbrica abbandonata. Poca gente in giro, quasi nessuno.

D’improvviso una macchina scassata blu, non so nemmeno identificarne il modello, mi passa accanto ad una velocità folle per quel posto. Derapa in una curva a sinistra poco avanti a me, e si arresta di botto in uno spiazzo terroso. Mi viene in mente che sia inseguita.

Scende un tizio di corsa, brizzolato e grassottello sulla cinquantina, con una scatola di cartone in mano. Corre come se avesse il diavolo alle calcagna, nella mia cazzo di direzione. Mi passa accanto con la scatola, e la passa ad un tizio che si è materializzato tre metri alla mia sinistra, forse uscito da un vicolo lì vicino. E’ anche lui di mezza età, è alto e con gli occhiali scuri. Sono esterrefatto dalla scena bizzarra, non penso nemmeno più al furto di prima. Potrei trovarmi in mezzo ad un casino, ma non ho paura in quel momento. E’ una scena da film.

Quando il buddha brizzolato incontra l’altro tipo, quello con gli occhiali scuri, si ferma di botto e gli consegna la scatola, ma è aperta e qualcosa cade e rotola nella mia direzione. Ovvio che potrei farmi i cazzi miei, ma non ci sono portato. Mi avvicino all’oggetto. Che è? Metto a fuoco.

Un cazzutissimo cubo di Rubik. Perché cazzo c’è un cubo di Rubik per terra davanti a me? Basta, lo raccolgo. In un attimo ce l’ho in mano. E’ risolto. Guardo la faccia tutta gialla del cubo che ho in mano.

Il cicciottello intanto viene verso di me, che ho in cubo in mano. Si ferma a circa un metro e mezzo avanti a me. Guardo lui. Guardo il cubo. Guardo lui.

E capisco.

martedì, agosto 28, 2007

Milarepa e i demoni

E Milarepa fu assalito dai demoni.

Demoni, fottutissimi demoni, demoni ovunque intorno a lui. Era arrivato tanto oltre, lì in meditazione solitaria, che era giunto al punto in cui i demoni gli si erano parati davanti, per impedirgli di continuare il cammino, un cammino che gli sembrava sempre più in discesa, sempre più facile ora che era quasi giunto alla purezza.

Lo distrussero e lo trascinarono con essi, facendolo sbalzare di qua e di là quanto gli poteva permettere la percezione. E lui comprese quanto era ancora vulnerabile, quanto distante dalla sua realizzazione. Si impegnò per combatterli da subito, ma più ne sconfiggeva più ne comparivano, al punto che lui finalmente riuscì a comprendere che in realtà null’altro erano che illusori. Un sospetto che aveva avuto fin da subito. Ogni volta che un nuovo demone lo insidiava, però, lui si faceva sempre la stessa domanda, la stessa maledetta domanda:

Come posso essere sicuro che anche questo non sia reale? Siccome gli altri non erano reali, come posso ora essere sicuro che anche questo sia illusorio?

E lo combatteva, logorandosi e straziandosi sempre di più.

Quella domanda, quella maledetta domanda, era la radice di tutti i demoni.

giovedì, maggio 17, 2007

Generi di consumo

Dal capitolo 18 del tomo che sto scrivendo, ancora senza titolo..


-E’ forse troppo bello e troppo facile rimanere intrappolati nelle nostre esistenze ricorsive, senza rendersi conto che sono a tutti gli effetti circolari. Immaginatevela come un vortice, un pozzo. Ogni particella gira circolarmente verso l’interno, sempre più verso l’interno, sempre più, fino a raggiungere il centro e scomparire. Ovviamente, si ignora il fatto che scompariremo presto al centro del pozzo, ma si guarda tutto ciò che ruota con noi e lo si vede fermo. Potere dei sistemi di riferimento. Sì, il samsara è su questa terra ragazzi. E’ questa terra. Semplice come l’acqua che scorre-

Fa un gesto con la mano, accompagnando via il pensiero. Laurent è fuori che fuma.

-Se noi trattiamo tutto come un prodotto da consumare, anche noi verremo trattati come un genere di consumo. Fino a quando saremo produttivi, verremo consumati, sfruttati, usati per mantenere un qualcosa che sta sopra di noi, che non ci è dato conoscere. Gli si possono dare vari nomi, società, patria, ciò che vuole Dio. Il fatto sta che questo qualcosa è parassitario, fatto per lasciarci intrappolati nel vortice senza darci scampo di uscire-

Fa una piccola pausa, e trattiene un risolino.

-Strumenti nelle mani di Dio. Generi di consumo-

Si afferra con indice e pollice la sommità del naso, sfregandosi gli occhi. La sua espressione è quasi regale. Ha un qualcosa di non interpretabile. Di affascinante.

-Vi lascio andare, avete gradito il the?-

Parte un coro di sì certo. Era ottimo, quasi evanescente.

-Ho deciso di vivere in quest’eremo perché ho esaurito le mie energie per trascinare con me qualcuno. Ho deciso di correre da solo. Il mio contributo al tutto sta nel credere, e continuare a credere, che in fondo ad ogni uomo ci sia rispetto ed amore, capacità di vivere senza prevaricare altri uomini o tutto ciò che gli sta intorno. Il mio contributo è tenere acceso questo fuoco-

giovedì, maggio 10, 2007

Un lungo viaggio a tappe


Lunga pausa,
ma non per il pensiero che tra un'idea e l'altra è andato in un lungo loop elaborativo. Tra soli che tramontano ed idee che sbocciano, sovente già marcite dall'usura consumistica che contamina tutto l'incipiente, ci si può ritrovare in un vespaio di contraddizioni come in un torneo di lotta clandestina ambientato nientemeno che su di un orizzonte onirico.

Bene, questo è quello che può succedere, non quello che per forza o mero fatalismo deve accadere.

Capita quindi di cercare di elucubrare qualcosa sulle Temporary Autonomous Zone, o la versione cattiva di TAZ, se non si ha idea di cosa siano si può leggere qua:

http://www.hermetic.com/bey/taz_cont.html

in italiano qualcosina qua sulla recensione dell'ononimo libro di Bey:

http://www.shake.it/taz.html

Sì, il quesito è proprio questo: si può creare una società nella società? Quali sarebbero i requisiti necessari? Come può sopravvivere e a quali patti deve scendere con la società dei padroni?

Un anarchista soft e spirituale come un mio caro amico direbbe che è facilmente risolvibile e l'armonia si può creare, oltre che a patti bisogna scendere per sopravvivere, se no non se ne fa niente. Tanti libertari dissentirebbero: la rivoluzione ci deve essere e come. Mah..

Non basta che tentare. Intanto posto in testa al post una mia elaborazione fotografica, una sorta di immagino-visione, col solo involontario difetto di essere statica..

dje..

venerdì, febbraio 23, 2007

Il cane idrofobo


--Anteprima da ciò che sembra essere quello che sto scrivendo ora, e di cui La storia di Luz null'altro è che un capitolo..--


Ricordo esattamente quell'istante: Mappo era irrequieto, tutto era pronto ma non gli pareva bastare, i nostri entusiasmi non riuscivano a volare, limati dai suoi sguardi pensierosi.

Lui era un vero anarchico, lo si capiva dal suo innato senso di controllo e dalla sua sconcertante razionalità. Questo può sembrare un paradosso, ma non lo è. Lui detestava coloro che non si curavano di calpestare le altre persone nel loro incedere caotico, perché era a causa loro che esisteva il bisogno di regole e la conseguente repressione. Per causa loro l'apparato repressivo acquisiva un significato, e poteva cominciare a crescere fino ad avere esistenza autonoma, creando la necessità di un bersaglio. Continui bersagli.
Fino a divenire esso stesso un cane idrofobo, che non si può abbattere senza danni collaterali.
Senza rompere qualche vaso.

-Qualche vaso deve rompersi-
sbottò Mappo nella baracca di Laurent.
-Solo col suo aiuto possiamo farcela. Solo con lui e mediante lui-
-Che? Te sei fuori-
-Veramente credete che noi da soli possiamo farcela? Ad abbattere il grande figliodiputtana cane idrofobo?-
-Non è questo che ci hai detto fino a adesso? Io ci credo-
-Tu non tieni conto di tutti i dettagli. Hanno ammaestrato bene la macchina, ci schiaccerà. Ci va un'arma segreta, potente, talmente potente che non lo possono neanche mettere in conto-

Laurent fumava la sua vecchia pipa.
Sul muro un calendario erotico. Anno 2002.
Rumore di vento che fischia tra le finestre.

-ohi testa di cazzo, cosa ci hai nascosto? cos'è che non ci hai detto?-
-calma ragazzi, lasciamolo spiegare-
-sapete l'addestramento che vi ho fatto? immaginate dove ci possa portare? bene, molto ma molto più in là. solamente non tutti ci possono arrivare. è uno schema del mondo, basta tessere le trame. sfilare e ritessere. c'è qualcuno che ce la fa-
-io ripeto te sei fuori-
-domani. domani vi presenterò una persona eccezionale. domani verrà qua-

Vento. Ancora vento. Senza tregua, là sull'oceano.

L'odore della rivolta era nell'aria. Sebbene Tito fosse così adirato, anche lui lo stava annusando.

venerdì, febbraio 02, 2007

L’uomo è la sua libertà di trasgredire.


Quis custodiet ipsos custodes? (Giovenale, II secolo D.C.)

Il moltiplicarsi delle tecnologie di controllo dell’uomo sull’uomo appare essere una tendenza inarrestabile degli ultimi decenni.

Vengono posti in essere sempre più limiti, divieti e apparati di controllo, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno. Con l’idea della salvaguardia delle libertà muore il concetto di libertà stessa.
Le regole, in origine funzionali alla convivenza sociale, perdono la flessibilità indispensabile per rappresentare un sistema complesso come l’umanità, non certo vincolabile ad un sistema di assiomi assoluto ed immutabile.

Cresce continuamente lo zoo di telecamere per le strade, nelle piazze, apparecchi per la registrazione telefonica, tecnologie per il controllo della rete, per il tracciamento di ogni singola molecola di merda che esce dal nostro stanco sfintere.
Gli scenari estremi possibili sono due, se il trend verso il controllo sempre maggiore non si arresta, entrambi ampiamente battuti dagli scrittori di fantascienza, ed entrambi schifosamente distopici: o diminuisce drasticamente il numero degli esemplari da controllare, vedi T.Malthus, o aumenta incredibilmente la capacità delle tecnologie di vigilare e punire trasgressioni senza un necessario coordinamento umano; tradotto, intelligenza artificiale.
Lo sbirro bionico, la disumanizzazione dello sbirro. L’incubo. L’essere ligio solo ad un codice, senza la capacità di provare emozioni. Senza conoscere la libertà di trasgredire. Fino a quando non diventa più forte dell’uomo stesso.
Nulla sembra ora in grado di arrestare la spirale più controllo – più trasgressioni –più controllo. E’ un gioco mortale.

Esiste una terza via? Nulla se non una rivoluzione, ma molto probabilmente un evento tutt’altro che consapevole che potrebbe facilmente condurre nello scenario numero uno. Forse sedersi in riva al fiume è l’unica alternativa possibile, a guardare il teatrino.

L’uomo è la sua libertà di trasgredire. Laddove l’assoluto non esiste, non esistono regole che possano vincolare il sistema entro dei binari per mai più uscirne. Trasgredire per cambiare, trasgredire per evolvere. Trasgredire per essere umani. Ci è stata data la libertà di trasgredire, assieme a quella di comprendere e perdonare. Queste non ce le toglieranno né le macchine né i potenti.

Non esistono regole che non si possano dimostrare sbagliate o contraddittorie in almeno una situazione.
Ma questo, chi l’aveva già asserito?

http://www.privacy.it/ueechelon.html


je

venerdì, gennaio 19, 2007

Mia madre (da "la storia di Luz")



Dopo parecchio e tempo ed eventi concitati, finalmente butto dentro un pezzettino da "la storia di Luz", che sto cercando di scrivere..


Decisi di andare via dalla città perché non ne potevo più di mia madre. Bravissima donna, ma spiriti evocati ogni due per tre, presenze magiche nel salotto e animali morti appesi qua e là mi avevano, come si può dire, un po’ rotto i coglioni.
Certo voi vi farete così un’idea stupida di mia madre, come una streghetta da quattro soldi che pratica i riti più stupidi e scontati, molto mainstream si direbbe, quasi ridicola asserirebbe qualcuno.
In realtà però tutto il suo sistema filosofico si reggeva su di un assunto immutabile e stupendo nella sua pazzia: lei non credeva proprio a un bel niente.
Indi, tutto andava sperimentato.

Nella scienza, lei non credeva.
Nella società, lei non credeva.
Nella morte, lei non credeva.
Nelle superstizioni, lei non credeva.
Nella religione, poi, beh posso anche evitare di dirvelo.

Solamente lo sperimentare poteva renderla felice, e quando si rese conto che tutto non avrebbe potuto sperimentare nella vita (avrei voluto vederla alle prese con l’ingegneria genetica) toccò anche a lei come a tutti il fare delle scelte, ed il suo secondo principio (o quello di massima libertà, quello che mi avrebbe trasmesso negli anni) la condusse inevitabilmente a cercare quelle strade più recondite nelle quali l’uomo non può proprio transitare, o almeno così si dice, vuoi perché siano tortuose da intraprendere vuoi perché siano più strette del buco del culo di un chihuahua.

Ah già, il principio di massima libertà.

Lei era fermamente convinto che nulla avesse delle regole, quindi tutto fosse organizzato nella massima libertà (parole sue). Totalmente disorganizzato, mi direbbe qualcuno. Caotico, anarchico, direbbe qualcun altro.
Tenterò di spiegarmi più accuratamente, per quanto sia molto difficile parlare del principio di massima libertà di mia madre, forse non ne sarebbe in grado nemmeno lei, mentre è molto più semplice il metterlo in pratica.
Tutto ciò che abbiamo sotto gli occhi è organizzato secondo delle regole, che esse siano di un gioco da tavolo, o siano le leggi della società, o le leggi della fisica. Bene, lei viveva secondo la ferma convinzione che chi o cosa gioca con delle regole lo faccia per sua scelta.
E per sua scelta possa tirarsene fuori.
Basta volerlo.

Le conseguenze sono che: uno, non vi è nulla a priori impossibile; due, non bisogna credere a nessuno che si sbilanci in un’osservazione di carattere assoluto; tre, bisogna dirigersi sempre nella direzione di massima libertà, perché le regole prima o poi vacillano e non bisogna stare troppo attaccati ad esse, cosa che la maggior parte della gente fa.

Sempre per il principio di massima libertà lei decise quindi di dedicarsi alla sperimentazione dei campi più affascinanti ed esoterici dello scibile, laddove avrebbe potuto compiere le scoperte più eclatanti e sconvolgenti.

giovedì, novembre 23, 2006

Sogni di decadenza.



Morti che mi parlano, e non solo ma che vogliono assolutamente parlare, gente completamente in salute e più o meno giovanile invecchiata e malata, ambienti del tutto piacevoli o perlomeno normali intasati di fumo e decadenza, dove per decadenza si intende anche strutturale. Simboli che mi perseguitano, e rimangono impressi nella mente, con le loro simmetrie ed asimmetrie centrali, voci fuori campo che intonano verità in conoscibili.
Difficoltà a mantenere la lucidità, anche se si è consapevoli.
Il tutto in sogno, ovviamente.

Non ho visto troppi film (anzi, meno della media, almeno suppongo).
Non sono pazzo nel senso patologico (la schizofrenia è sotto controllo, per il momento).
Non sto facendo uso sistematico di alcun tipo di droga (ma tutto è una droga, come tutto è arte, almeno se si osserva un intorno sufficientemente grande).

Coltivo stati di trance naturalmente indotti, ma non penso che questo centri (almeno non in un rapporto causa-effetto).

Ma..
capitare più di due volte nello stesso posto in sogno è già di per sé una cosa inquietante, ma se a questo si aggiunge il fatto che questi sogni sono quasi sempre coscienti, posso iniziare a preoccuparmi. Se poi tali visioni oniriche rappresentano quasi tutte, e parlo di un buon ottanta per cento, città ed edifici in decadenza, gente che è morta o sta per morire, amici o parenti orrendamente invecchiati, direi proprio che non ci siamo.

Altre due precisazioni.
Sono una persona solare, anche se adoro l’autunno.
Non credo nel destino e non sono fatalista, perché andrebbe ad intaccare quella fantastica definizione che mi sta tanto a cuore quale la libertà.

Le conclusioni sono.. esplorare, quando anche il sonno tende a diventare una lotta. E cercare di ricordare, perché anche i sogni lucidi tendono a svanire, col suono della sveglia, forse un po’ più lentamente.



PS Un grazie ad honest per questo
http://www.mpip-mainz.mpg.de/~deserno/scripts/diff_geom/diff_geom.pdf

lunedì, ottobre 30, 2006

Modelli di schiavitù - Parte seconda



“Ci sarà in una delle prossime generazioni un metodo farmacologico per far amare alle persone la loro condizione di servi e quindi produrre dittature, come dire, senza lacrime; una sorta di campo di concentramento indolore per intere società in cui le persone saranno private di fatto delle loro libertà, ma ne saranno piuttosto felici”
Aldous Huxley

Visti i modelli di schiavitù presentati prendendo spunto dal buddismo Vajrayana nella prima parte, qualche parolina mi sento di metterla.

Almeno per quanto riguarda il fottutoventunesimosecolo.

La schiavitù presuppone un padrone. O dei padroni.
La schiavitù presuppone una catena.
Le armi più efficaci per tenere in schiavitù sono la propaganda e la creazione dei bisogni.

Si inseguono a vicenda, e si alimentano l’una dell’altra.
Per fortuna sono vecchio a sufficienza per avere potuto assistere ad un esempio eclatante di creazione dei bisogni: il telefono cellulare. Ne ho visto l’evoluzione, da gadget esclusivo di lavoro, a gadget esclusivo e basta a bene di consumo indispensabile.

Indispensabile. Ecco la parola magica. Ci si preoccupa tanto della droga, della lotta alle dipendenze, quando tutto si sta tramutando in droga, mille nuove dipendenze sono nate e stanno nascendo. Domanda: perché accanirsi così tanto e sempre più contro le droghe, almeno con quelle intese dall’accezione comune, perché è importante il proibizionismo?
Risposta: perché le dipendenze le vogliono decidere loro.

Ma loro chi?
Chi sono i padroni?
Mille parole sono state dette a proposito, non sarò io a dirne mille di più. La caccia è aperta a chiunque voglia cacciare, a suo rischio e pericolo.
E’ Davide che dà la caccia a Golia, ma prima deve rendersi conto che Golia è dentro di lui.
Il mio suggerimento sulla questione è che il sistema si autoalimenti, come fosse stato creato un qualcosa di indipendente, un essere vivo ed intelligente. Un meccanismo per produrre schiavi. Alla base però non ci sono robot, ma uomini. Si è creata l’idea nella maggior parte delle menti di operare per una giusta causa, per una società, per la migliore delle società. Ognuno contribuisce a creare le catene per gli altri, senza rendersi conto che sta obbedendo alla sua.
Il senso del dovere e la voglia di scalare questo grande gioco, per arrivare sempre più in alto sono sufficienti. Perpetrate in milioni di menti, creano un sistema autorigenerante.
Che poi ci sia qualcuno al vertice della piramide, questo..

Ma eccomi al punto.
I modelli di schiavitù sono il ruolo che andiamo ad occupare, il posto in cui ci andiamo a sedere nel cinema globale. Non sempre, come ben si sa, il posto lo scegliamo, molto più spesso scegliamo tra i rimanenti.

Le schiavitù psicologiche insorgono perché noi siamo esseri liberi, e quindi inadatti al ruolo di schiavi.

Possiamo avere un ruolo di prima fila, il ruolo degli dei, oppure essere in alto ma temere di essere insidiati, possiamo avere un posto piacevole ma invidiandone altri.
Possiamo correre senza senso non fermandoci mai a domandarci il perché, possiamo avere un ruolo che non ci aggrada e nutrirci di desideri, possiamo infine essere frustrati dal nostro basso profilo ed essere saturi di rabbia.

Ed ecco qua le sei sfere samsariche. I nostri sei seggi da schiavi.

Ma io continuo a ripetermi che noi siamo esseri liberi, e quindi inadatti a questi ruoli..

venerdì, ottobre 20, 2006

Modelli di schiavitù. - Parte prima


Mi è capitato di recente di riflettere sui modelli di schiavitù contemporanei.
Tradotto: giochiamo a capire “come sono schiavo io, e come sei schiavo tu!!”

Una importante schematizzazione, sorprendentemente attuale, viene dal buddismo Vajrahyana, quando si parla delle sei sfere di distrazione samsariche, ovvero i sei tipi di esistenze soggette a condizionamento.
Tradotto: i sei tipi di schiavitù.

Ora, non sono molto avvezzo ed affezionato alle classificazioni, o altrimenti credo che siano un modo come un altro per “spaccare un continuo”, ma il fatto che questa scala abbia qualche migliaio di anni mi fa perlomeno riflettere.

Paradigma 1: Il dio.
L’assorbimento in sé stessi. La riuscita completa o quasi completa di alcuni obiettivi, il successo quindi, in un certo qual ambito, o l’assorbimento completo nella ricerca dell’apoteosi causa una “trance egoica”, ovvero si diventa l’obiettivo stesso, o la corsa verso di esso. La caduta è sempre rovinosa.

Paradigma 2: Il dio “preso male”.
La corsa verso il raggiungimento di un obiettivo è continua, senza sosta, ed ogni interferenza esterna viene interpretata come dannosa o potenzialmente dannosa. La paranoia e la preoccupazione ne sono caratteristiche fondamentali. La caduta è sempre in agguato.

Paradigma 3: L’uomo e la sua invidia.
Una persona si identifica con uno stile di vita, con ciò che è suo e ciò che non è suo. Il suo materialismo diventa il suo mondo. Si guarda molto attorno, ed è costantemente in una condizione di “invidia” verso chi è simile e lui, ma meglio di lui, secondo il suo modello estetico. Piccole grandi cadute si alternano a momenti di pausa.

Paradigma 4: La corsa senza senso dell’animale.
Mi dispiace utilizzare il termine “animale” con un’accezione negativa, ma riprendo il lessico della classificazione originale. Un’attività continua, che si autoalimenta ed autogiustifica, portata all’estremo, in una corsa folle senza meta, senza scambio o confronto con gli altri, senza senso dell’umorismo o pause di riflessione, schiacciando e calpestando quando necessario.

Paradigma5: Il consumatore di desideri.
Desideri si susseguono ad altri desideri, senza mai raggiungere un’emancipazione. Più sono gli ostacoli, più aumenta l’insoddisfazione. Ma addirittura più sono gli ottenimenti, più saranno i futuri desideri e le conseguenti frustrazioni.

Paradigma 6: Lo spirito aggressivo.
L’aggressività è continua, senza sosta. La rabbia è cieca, la frustrazione e l’insoddisfazione compagne di viaggio. Non c’è tempo per i successi, in quanto l’aggressività si nutre di sé stessa.

Dunque, lo so che raccontato così sembra l’oroscopo, ma è una schematizzazione non da sottovalutare.
Il perché è sotto gli occhi di tutti, ma è più facile correre che fermarsi, soprattutto quando ce lo insegnano ancora prima di venire al mondo.
Presto i modelli di schiavitù seconda parte..
Collezionali tutti!

martedì, ottobre 10, 2006

Intervista al maestro Ching


Intervistatore: Onesto, ovvero non c'è bisogno di spiegare..

Q: Ammazzeresti una mosca? un gatto? una persona? Perché i vegetali si?
Volevo capire quando la vita diventa valevole di essere preservata...

La vita è sempre importante, senza distinzioni. Per rendere più concreta questa mia definizione, e prendere le distanze dallo stesso tipo di risposta che penso darebbe anche Ruini, entro nello specifico, invocando il concetto di invasività.
Ovvero agisco in modo che la mia esistenza sia il meno invasiva possibile. Questo nei confronti delle altre persone, degli animali, dei vegetali, di tutto l’esistente. La scelta di non nutrirsi di animali è una scelta che minimizza l’invasività, tutto qui. Anche nutrendoci dell’animale finiamo per nutrirci indirettamente anche del vegetale che ha nutrito l’animale. Diminuendo anche il rendimento della catena. Alla prima domanda la risposta è no, non ammazzerei, anche se con le mosche raramente capita (e le zanzare, per dio..). E una pretesa di coerenza personale fa sì che io non deleghi l’onere di ammazzare a qualcun altro, dato che io non ne ho la forza, se forza la si vuol chiamare. Se poi si trattasse di sopravvivenza, potrei essere costretto a farlo, ma tra la sopravvivenza e la comune opulenza passa un oceano.

Q: L'appellativo Maestro se lo si autoimpone o viene imposto?

L’appellativo Maestro deriva da “grande”, o “più grande”, quindi non ha senso riferito a me. Ma, riprendendo lo schema del Sutra del Diamante e riferendolo ad un essere illuminato, proprio perché non esiste un Maestro, egli può essere chiamato Maestro.

Q: Nei quartieri dove il sole del buon dio non da i suoi raggi della città
vecchia, come dovrebbero comportarsi le persone? Aborri la violenza, ne hai
paura? Esiste una causa per cui la violenza è adeguata?

Violenza è quella alla quale sono sottoposte le masse, in particolare dei paesi poveri, ogni santo giorno. Ma anche la libertà di ognuno di noi è violentata quotidianamente da regole e regole, la maggior parte senza senso alcuno. Sono fermamente convinto che più aumenta la consapevolezza, più diminuiscono i bisogni e la tolleranza alle regole. Parafrasando Malatesta, l’uomo è abituato a vivere in ceppi, ed a forza di convivere con essi vi si affeziona, fino al punto di credere che siano proprio loro a garantirgli la sopravvivenza.
La violenza come ribellione degli oppressi può essere un concetto affascinante, ma non credo sia la soluzione. Credo innanzitutto sia necessaria una maggiore consapevolezza. La prima tattica per ridurre in schiavitù è inebetire, togliere la capacità di informarsi, di capire, e questo è il primo muro da abbattere perché il sole torni su tutta la città.

Q: Credi nello spirito o nella spiritualità? Se si, esso/a si manifesta in
un qualcosa di tangibile? Pensi che la capacità di astrarre dell'uomo (o
comunque le sue capacità di pensiero) sia in relazione con esso?

No. Semplicemente perché non distinguo tra il materiale e lo spirituale. Astrarre significa dividere, bene penso ora sia il momento di unire.
E’ facile rifugiarsi nello spirito, pensare, astrarre, intelligere, e può essere un modo per affrontare od allontanare la paura della morte. Ma la vera sfida è trovare la propria spiritualità mangiando, guidando, lavando i piatti.


Q: Come ti comporti quando i rapporti di stampo sociale indotti dalle
proprie occupazioni lavorative (ma non solo) ti portano a contatto con
individui senza cervello?

Qualcuno afferma che ci sia da imparare da tutti. Qualcuno afferma che non ci sia nulla da imparare.
In ogni caso, prima di perdersi in elucubrazioni sulle perpetrazioni karmiche dico che l’ironia è un’ottima arma, specie quando parliamo con chi non ha voglia di ascoltare, o con chi ha voglia di parlare e basta, o peggio ha voglia di insegnare.


Q: Consideri la tua condizione di "intellettuale" una condizione superiore
o come Einstein rinascendo vorresti fare l'idraulico?

Semplicemente bandisco la definizione di “superiore” o “inferiore” dal mio vocabolario, in quanto sottintende una visione gerarchica.
Mi rifugio nei termini “differenza” ed “opportunità”.

Q: Quali sono gli individui passati e futuri da cui trai ispirazione?

Traggo ispirazione da tutti i ribelli, da coloro che non agiscono sottostando alla legge di guadagno e di perdita, da coloro che si interrogano sull’utilità delle regole e del controllo ad esse associato.

Q: Non ti viene mai voglia di piangere?

Talvolta l’empatia fa brutti scherzi, e sì, può capitare di piangere.

Q: Lo sai che su google risulta la mia intervista al 5o
posto? http://www.google.it/search?hl=it&q=intervista+onesto&meta=&btnG=Cerca+con+Google

Prima che arrivi la censura… (ndr è arrivata, in un qualche modo..)

Q: Ti alzi la mattina per qualche motivo particolare? vorresti dormire?

Mi alzo perché non ho più sonno, perché sono cosciente che questa è la vita che vivo, ed in un qualche modo va affrontata. Una persona può accettare di vivere in un sistema con determinate regole, vuoi perché non ha la forza di cambiarle, vuoi perché le condivide. Io non ne condivido la maggior parte, ma la strada per il cambiamento è in salita e costellata di ostacoli, e la prima libertà è quella che scaturisce dalla volontà personale.

Q: Credi nei rapporti fra persone "eterni"? intesi sia in senso
sentimental-sessuale che affettivo/empatico/amichevole...

L’eternità presuppone un concetto di tempo, ma qualcuno ci mostra che il tempo è determinato dai cambiamenti. E’ inutile opporsi ai cambiamenti, perché non c’è nulla che non muti.
Ciò non vuol dire che la temporaneità svilisca le cose, anzi a mio avviso le impreziosisce. La pretesa dell’eternità sottintende quasi sempre un attaccamento viscerale, ed una conseguente paura della morte.
Un mio amico direbbe, “prima o poi anche le tette al silicone della Palmas inizieranno a cadere..”

martedì, ottobre 03, 2006

emmedivi2006 (il movimento)


Le cose si possono rileggere in due modi: con le emozioni e con i numeri.

Con i numeri si può dire che c’erano circa 300 (trecento sì, da venir matti) partecipanti, primo Chris davanti a Gabri, Alberto e Paolo, mentre tra le donne Stellina si è portata a casa il gruzzolo, con dietro Elena, Claudia e Giò (non vorrei sbagliarmi). Si può dire che c’è stata una miriade di top, tanto da finire i bigliettini, un macello di prese girate su quei c*zzo di parquet (bellissimi, peraltro, non me ne voglia l’Alpina), chissà quante decine di bordi non consentiti brincati dai furboni (ma chissenefrega in fondo, mai mi metterò a fare il birro, per dirla alla Malatesta), e in ultimo ma non in ultimo i molti infortuni, perché anche questi non vanno dimenticati, tra cui le due fratture (Rosy, Barbara, mi dispiace veramente veramente tanto) e le sette e otto distorsioni ed affini.

Con le emozioni però si può dire molto di più, anche se è molto più difficile comunicare.
Quella di Chris che guanta il top della superfinale, tra le urla del pubblico e salendola in un modo mostruoso, dopo avere sbandierato su due merde (e c’è da fidarsi, erano veramente due merdine), e che poi con la gioia di un ragazzino lancia alla folla il sacchetto della magnesite da lassù.. beh chris, meno male che ci sei!

Poi il Docc che salta ubriaco di qua e di là, che centra un palo mentre camminiamo, che bacia il Gabri alla premiazione, che ci prova con le dolci fanciulle che gli capitano sotto tiro, e poi il Motta che sempre sorridente ed efficientissimo dà la prova di quanto si avvicini all’essere un bodhisattva, e che dire del piede scivolato in finale al Leoncini, c*zzo Paolo che sfiga, nessuno ha capito perché, poi il Nardi -detto Edoarzio- che dimostra di avere una tecnica ed una pazienza impareggiabili, anche con i figli, oltre a tenersi di brutto (bisogna vedere come lui aveva immaginato e salito la superfinale in fase di tracciatura), il fine gara attaccati alla damigiana mentre io cercavo i fondi di polenta, per poi morire arenati come le balene a bere con la congrega del santo alcool monregalese, di cui il bonelli, il Turco, il Borgna, Axel, Kledi e tanti altri.
La mia prima grossa esperienza di tracciatura è stata una figata, che dire..
Ed un grazie vero ai due più grossi cuori del parterre, il Lollo ed il Luis, che mentre tutti magnavano ci hanno aiutati a smontare i blocchi ed a montare le finali.

Tutte cose che con i numeri non si possono descrivere, piccole cose forse, ma non sono quelle che ci fanno più sorridere, e commuovere se è il caso, e prendere bene in generale?

Vabbé, le classifiche e gli altri numeri le lascio ai siti specializzati (anche se segnalo che il grande Gian è arrivato dodicesimo!!).

Tra le piccole note stonate, oltre ai quattro furboni prendi bigliettini, il fatto che non sono stato citato manco di striscio nei report ufficiali, ma me ne frega relativamente, la gloria è una merda solo andata, ed infine la gente che chiama i birri alle undici e mezza per il concerto, la nota malinconica ci vuole sempre in fondo, meno male che abbiamo imparato a sbattercene..

Tutto il resto è da archiviare.

martedì, settembre 26, 2006

Rage Against The Machine


Rage against the machine è il nome di una famosa band crossover, scioltasi nel 2000, quando gwb è stato eletto (eletto?) presidente degli stati uniti d’america, forse la band che più ha saputo dare significato alla parola crossover, dal punto di vista musicale, sociale, politico.
http://www.ratm.com/
Ma rage against the machine è di più. E’ uno slogan, è un urlo, è un promemoria essenziale come dire, non so, qualcosa come..
“ricordati di non essere schiavo”.

The machine è l’ingranaggio giornaliero della vita, è la moderazione politically correct, è la paura, è il mercato globale, sono le ambizioni di potere, sono i limiti che ci si autoimpone. E’ l’istituzione, è l’ingiustizia, sono i ceppi di un carcerato, è il trusted computing, sono le regole che non capiamo, che non vogliamo.

Ma la cosa che più colpisce è che sulla copertina del primo cd dei Rage ci sia una foto famosa, la foto di un monaco buddista, un monaco zen vietnamita, un monaco zen vietnamita in fiamme.
Il suo nome era Thich Quang Duc, e la sua storia è quella che forse meglio rappresenta il messaggio della frase “Rage Against The Machine”.

http://www.quangduc.com/BoTatQuangDuc/18quangduc.html

Thich Quang Duc, al secolo Lam Van Tuc, si è immolato l’11 giugno 1963. Come per ogni atto di un monaco zen è superfluo indicarne lo scopo. Il suo è stato un atto e basta, ma un atto di profonda, infinita compassione. Se proprio si vuole cercare una motivazione sociale, o un motore per questa azione, la si può ricercare nella guerra, nel suo paese diviso ed oppresso da persecuzioni sociali e religiose, nelle ingerenze violente da parte di paesi esteri, nella sua gente che si azzannava in nome di divisioni posticce, di bandiere col volto dell’odio, per la sopravvivenza di “the machine”.

Sul sito a lui dedicato si trova una stupenda poesia, l'autore si chiama Drew Logan, mi sono preso la libertà di tradurla (per domino non si intende domino, ma penso si intenda la Vietnam Domino Theory http://en.wikipedia.org/wiki/Domino_effect):

Hanno detto che eri un drogato
Ha detto che eri un comunista
Hanno detto che eri solo un vecchio rincitrullito
Non hanno detto nulla del tuo spirito
Non hanno detto nulla del tuo coraggio
Non hanno detto nulla della tua compassione
Pieno centro di Saigon, angolo di Phan Dinh Phung e Le Van Duyet
Mezzogiorno dell’undici di giugno, millenovecentosessantatre
Davanti al mondo intero ti sei immolato.
Lam Van Tuc, il vecchio ragazzo di sette anni
Ha dato la vita sapendo di diventare un monaco
Thich Quang Duc, il vecchio monaco di sessantasette anni
Ha dato la vita sapendo di diventare un santo.
Parlavano di domino
Parlavano di comunismo
Parlavano di libertà
Non hanno detto nulla sulla guerra civile
Non hanno detto nulla sui buddisti
Non hanno detto nulla sull’oppressione
Pieno centro di Saigon, angolo di Phan Dinh Phung e Le Van Duyet
Mezzogiorno dell’undici di giugno, millenovecentosessantatre
Davanti al mondo intero ti sei immolato.

je

martedì, settembre 12, 2006

Anima


Jerome accuratamente sottolinea:

Non so perché mi metto a scrivere certe cose.
Riporto, da Repubblicaonline:
Anche gli animali hanno un'anima. Lo sostiene un italiano su due.
Non riporto il testo dell’articolo, ma parla dei risultati di un sondaggio.

Primo: Anima, da wiki.
Secondo il dualismo platonico e gnostico, l'anima è per sua natura simbolo di purezza e spiritualità. Ha la sua origine nel soffio divino (da cui il significato stesso della parola, ossia vento, il soffio). Per Plotino l'anima è la terza ipostasi, la cui essenza è immortale, intellettiva e divina. […]
Secondo la contrapposizione gnostica tra Dio (Perfezione, bene) e Materia (imperfezione, male), l'anima sarebbe stata calata da Dio in un corpo materiale e sarebbe stata contaminata dall'intrinseca malvagità della materia stessa.

Finendo qui le citazioni, l’anima nel senso più tradizionale del termine sembra quindi presumere due cose: l’esistenza di un dio e l’immortalità.

Dubbi:
1)l’esistenza di un dio, (non solo mio, direi, come dubbio). Diciamo che l’esistenza di un dio superiore all’uomo metterebbe l’uomo in condizione di inferiorità rispetto ad esso, alimentando ancora il più generale paradigma gerarchico dio-uomo-animali-altro. Sbilanciamoci così dicendo ancora che l’esistenza di un dio, se provata, avrebbe il vantaggio, per l’uomo, di lasciare aperto uno spiraglio per
2)l’immortalità, la quale, se non si ammette l’esistenza di un dio in quanto entità superiore resterebbe nulla più che un dubbio. Con un dio-superiore, invece, si entrerebbe nel classicissimo paradigma del dio-padre-giudice.
3)tornando all’articolo di Repubblica, il dubbio sulla vaghezza della definizione di animale (che, sotto gli occhi di tutti, contiene la stessa radice etimologica del termine anima). Tutti gli animali avrebbero un’anima? Solo qualcuno? Nessuno?

Postuliamo ora il principio di eguaglianza, almeno fino ad affermare: dio=uomo=animale (dove però per dio qui si intende qualsiasi entità vivente non percepibile con i nostri sensi, quindi virtualmente non esistente, o virtualmente esistente, cosa cambia poi).

Continuerebbe a permanere così il dubbio 1, risultando a questo punto però insignificante, in quanto questa tipologia di dio non potrebbe garantirci l’immortalità. Il dubbio due non avrebbe più così senso di esistere, in quanto a questo punto l’immortalità ce la potremmo tranquillamente scordare (senza un dio-garante-giudice), tranne invocando un interessante artifizio, di origine induista e ripresa da alcune scuole di buddismo, quale la ruota karmica della reincarnazione.

Invochiamolo.

Se dio=uomo=animale (e mi fermo qui per semplificare), potremmo quindi finire per “reincarnarci” come dei, uomini o animali, al che l’anima verrebbe trasportata da un’esistenza all’altra (conservando il ricordo? non conservandolo?) e così fino alla fine dei tempi.

Il terzo dubbio lo si uccide ora dicendo che il segno = porrebbe sullo stesso piano tutti gli animali, comprese le zanzare. Quindi o l’anima esiste per tutti, o per nessuno. Comprese le zanzare.

Sempre per il principio di eguaglianza, se l’anima non esiste per l’uomo, non esiste degli dei, e nemmeno per gli animali. E ci dovremmo accontentare di questa vita.

Lascio perdere eventuali soluzioni “discrete”, quali artifizi del tipo -una massa cerebrale che supera una certa soglia potrebbe implicare la presenza dell’anima-, -l’estensione del principio di eguaglianza al mondo inanimato implicherebbe ulteriori ampliamenti del concetto di anima (sfiorando così l’animismo)-, ecc..

Il perché dell’anima forse rimane l’aspetto più semplice sul quale dibattere, ovvero quest'eccezionale invenzione (o supposizione) ci permetterebbe di porci con più sicurezza di fronte al dubbio 2, spostandoci più o meno lievemente dalla parte dell’immortalità-sì e lenendo così lievemente la paura della morte.

Per toglierci da incredibili complicazioni, forse la soluzione più semplice sembra infine essere quella di scordarci l’anima in generale, e prepararci all’ineluttabilità della morte. O ammettere una definizione il più possibile generale di anima, e prepararci alla nostra prossima vita da zanzare.

je

mercoledì, agosto 30, 2006

Intervista ad Onesto...


Ovvero ciò che più dista dall'uomo medio, almeno come lo definisce lui. Purtroppo questa intervista è avvenuta via email, non ho avuto così tempo di spiegargli cosa intendevo esattamente con tutte le domande. Il senso delle stesse comunque non gli è sfuggito (e figurarsi...), quindi buona lettura, e grazie honest!

-Beh Onesto, innanzitutto, parlami dell'uomo medio..
-Gran brutta bestia! devo ammettere che parti subito dalle domande difficili, ma del resto come si potrebbe mandare avanti l'umanità` altrimenti? Siamo un po' tutti uomini medi, nel senso che facciamo parte di quel campione statistico che da forma alla nostra società. Siamo egoisti con noi stessi, generosi con il diavolo.

-La presenza di un Dio ti inquieterebbe?
Perché mai giovane? La nostra presenza inquieterebbe forse Dio? l'idea di una entità superiore quale un Dio, più dei, il karma, la figa si pone come dogana della razionalità: arrivato all'estremo confine dello spiegabile razionale anche l'uomo medio, anche il panettiere giunge a chiedersi "che cazzo vivo a fare?". Purtroppo la scienza non può (almeno penso io) rispondere a questa domanda: polvere siamo e polvere ritorneremo; a meno che questa venga assimilata ad una risposta all'atavica domanda, penso che il 99% delle persone lo accoglierebbero con un laconico "ma tu sei fuori!".Per attenermi alla domanda posta, personalmente sono indifferente alla presenza eventuale di un Dio e quindi questo non mi inquieterebbe, ma spieghiamoci meglio: ma Dio che scopo ne avrebbe avuto nel crearci? Per farsi venerare? perché a me pare proprio che in tutte le religioni sia proprio questo il punto fondamentale: la venerazione; non gliene frega nessuno dei dogmi della fede, della transucammazione, del concilio di Nicea, l'importante è credere in Dio, "Dio è con noi" avevano scritto i nazisti sulla fibia della cintura, non importa se poi neanche il diavolo si comporterebbe come questi fottuti adoratori! Dio non poteva già crearci con insito il dogma del credo? che me ne faccio del libero arbitrio se tanto poi vengo giudicato senza appello? "Basterebbe seguire le regole del libro sacro" mi sento già controbattere, ma caro interlocutore, riferendomi alla Bibbia, come può un testo scritto da persone ignote, aggiornato ogni tot anni per adeguarsi ai tempi, composto nella sua parte più' moderna da un impero romano che decise di accettare come facenti parte del testo solo 4 dei 30 vangeli che circolavano ai tempi, potersi ergere ad istituto morale di una certa religione nel terzo millennio?

-Credi nel socialismo?
Partiamo prima di tutto da cosa significa socialismo: prendo spunto dalla Wikipedia[...]Il socialismo si oppone inizialmente al liberalismo classico, che postula il liberismo in economia, chiedendo invece la nazionalizzazione o la socializzazione di tutte o parte delle attività economiche e dei mezzi di produzione. Contesta l'idea delle neutralità delle istituzioni statali rispetto alla lotta di classe e si batte per un mutamento del ruolo dello Stato o, addirittura, nella versione avanzata da Karl Marx e ripresa dall'anarchismo, per la sua eliminazione.[...]Poi sorge spontanea la domanda: credere cosa significa? credo che il socialismo possa "trionfare"? credo che la società necessiti di un cambiamento? credo che il socialismo possa rappresentare il cambiamento auspicato per una giustizia sociale? Io penso che il mondo odierno sia fondato sull'ingiustizia e sull'ineguaglianza e vuoi perché faccio parte della "minoranza oppressa", vuoi perché lo reputo un sistema idealmente sbagliato penso che vada cambiato; il modo per farlo è probabilmente la domanda più interessante, ma qui finiamo sul penale....
Leggetevi questi: http://www.polyarchy.org/essays/italiano/socialismo.html

-Secondo te, la rivoluzione è un atto necessario? E, più in generale, come ti poni di fronte alla violenza?
Se l'umanità` o in generale un popolo desidera` "crescere" e questo penso significhi autodeterminazione e libertà` nel poterlo fare, allora e` necessario un cambiamento radicale dell'impostazione della società attuale: una rivoluzione appunto! Nella attuale configurazione della società` democratica dove mi/ci troviamo a vivere è una farsa istituzionalizzata, la democrazia, come il socialismo reale, ha espresso in questi anni i propri limiti più' forti: la nostra vita e` dominata ad ogni livello da realtà` che si sono distaccate totalmente dalle pratiche reali della gente: basti pensare al consumo di droghe quali la Marijuana o l'hascisc che pur essendo consumate da una larga parte della popolazione si ritrovano ad essere vietate in quanto la società` civile le ritiene dannose al quieto vivere, peccato che nessuno e` mai deceduto da consumo da THC (e` probabilmente questo non avverrà` mai se non facendosi colpire con un blocco da 50 Kg di Afgano) mentre l'alcool viene venduto tranquillamente senza problema alcuno in quanto ormai e` nella cultura moderna (forse perché' in Italia e` pieno di vigne, mentre di Marijuana ne coltivano ben poca nonostante l'origine del nome "Canavese"). Purtroppo questo si allarga a tutti i settori della vita.

-È vero che sei ingrassato?
Secondo la mia bilancia si, deve essere merito dell'opulenza che cerca di conquistarmi...

-Escludi la presenza di entità sovrannaturali, magari inorganiche?
Mi spieghi come una entità sovrannaturale potrebbe essere organica? se ti riferisci all'anima dei morti o simili, posso solo affermare che la mia anima da scienziato le escluderebbe, tuttavia ho spesso sentito parlare di avvenimenti contro il razional-pensiero che mi hanno messo dei dubbi... non ho la dimostrazione che non esistono di conseguenza diciamo che non la escludo, inorganiche o no...

-La scienza, secondo te, fino a che punto si può spingere?
Diciamo che non capisco in che senso, forse puo` arrivare a spiegare se stessa (chissa` cosa ne penserebbe Goedel...).

-Preferisci la Palmas o la Canalis?ù
Trattandole tutte e due come prodotti industriali della demagogia sessuale, posso dire di preferire di più' la Palmas in quanto l'essersi rifatta il seno a 2x anni significa che e` proprio tr...

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"L'anarchia economica della società capitalistica, quale esiste oggi, è secondo me la vera fonte del male. Vediamo di fronte a noi un'enorme comunità di produttori, i cui membri lottano incessantemente per privarsi reciprocamente dei frutti del loro lavoro collettivo, non con la forza ma, complessivamente, in fedele complicità con gli ordinamenti legali."
A. Einstein

martedì, luglio 04, 2006

Il dentro ed il fuori


Un flacone di bagnoschiuma in equilibrio sul sottile stipite della doccia. Lo prendi, lo posi, lui cade e non puoi che maledire la sorte. Ti tocca, tutto marcio, tirarlo su prima che se ne versi, nella doccia o peggio al di fuori, sul pavimento antistante ad essa.

Con l’acqua insaponata negli occhi o bagnando tutto il pavimento. Non hai scampo.

Ma l’uomo a questo punto può andare avanti, riflettere.

Qual è il baricentro del flacone pieno? Supponiamo per semplicità che sia un perfetto cilindro a base circolare, od ellittica, approssimazione comunque verosimile. Quand’è pieno il baricentro si trova a metà altezza del flacone.

Ovvia considerazione: il flacone è stabile quanto più si trova in basso il suo baricentro.

Il sistema-bagnoschiuma è composto da due parti: il flacone esterno ed il liquido interno. Il baricentro del contenitore si trova quindi e sempre a metà altezza circa, mentre il baricentro del fluido si trova a metà altezza (lo consideriamo a densità costante) della quantità di liquido presente in quel momento nel flacone.

Se, come ho detto, il flacone è pieno, i due baricentri coincidono, a metà altezza. Quando inizia a svuotarsi, il baricentro del liquido inizia ad abbassarsi, e con esso anche il baricentro dell’intero sistema. Ma non per sempre.
Quando il bagnoschiuma sarà finito, infatti, il flacone sarà vuoto, ed il suo baricentro sarà nuovamente a metà altezza del contenitore.

Orbene, qual è l’altezza magica in corrispondenza della quale il baricentro del sistema è più basso, la struttura quindi più stabile, ed io posso stare più tranquillo nell’appoggiare il flacone sullo stipite?

Come un vortice mi assale una metafora della vita: se ci si preoccupa solamente dell’involucro, la struttura sarà molto instabile; se ci si preoccupa invece dell’aspetto interiore, del contenuto, starà instabile ugualmente.

Il trucco sta nel trovare il massimo equilibrio, che si trova in un punto difficilmente calcolabile, e continuamente mutevole. Un punto che compendi l’influenza del contenuto e del contenitore. Perché il sistema è inscindibile, ed entrambe le parti sono importanti.
Un’alterazione della quantità del contenuto porta uno squilibrio del tutto.

Ma esisterà veramente un contenitore ed un contenuto, o è un’immane presa per il culo?
Uno squilibrio può implicare una caduta, ma una caduta verso dove?