giovedì, maggio 04, 2006

Polvere e pagine strappate - Racconto


Seicento meno duecentocinquanta uguale trecentocinquanta. Trecentocinquanta diviso trenta fa poco meno di dodici euro al giorno. Tirando la cinghia ce la posso fare.

Questo fu il primo pensiero che mi balenò quando misi piede nella casa. Certo avrei dovuto fare attenzione ai controllori sull’autobus, ma se avessi sottratto altri quarantacinque euro di abbonamento mensile me ne sarebbero rimasti qualcosa come trecentocinque, quindi due pasti al giorno con dieci euro.

Il trovare quel lavoro, in uno dei più frequentati cocktail bar della città, sottopagato quanto basta ma sufficientemente sicuro e stabile non aveva prezzo. Il restituirmi la mia dignità di uomo, essere unico, solo ed indissolubile, con la sguardo rivolto all’orizzonte.

Ero fuggito da una città ancora più grande, grande abbastanza da sembrare di non finire mai se non quando tutti vogliono che finisca, quei primi giorni di agosto quando tutti si mettono in viaggio per dove non importa ma andiamo via, la città da cui ero fuggito mille e mille volte con l’unico sorriso che avrei voluto accanto. Stringendo mentre guidavo l’unica mano che mai avrei voluto stringere. La donna che mai e poi mai avrei potuto dimenticare.

Per quante sere volli pensare che lei fosse ancora viva, e cercai di immaginarmela con gli occhi neri e le ciglia lunghe che guardavano il mondo con l’innocenza di un infante, dimentiche di tutto il passato, dimentiche di me, per qualche assurdo incantesimo malvagio, o semplicemente per un gioco sadico del destino. Qualsiasi incantesimo migliore di una lapide gelida in un cimitero, una lapide sulla quale non avere nemmeno il coraggio di piangere, sospirare e gettare improperi al cielo, così per tutti i giorni della mia vita.
Ed io fuori da quel maledetto cancello nero, orario di apertura dalle otto alle diciannove, tutti i giorni compresa la domenica, non c’è vacanza nel regno dei morti.

Quello che era morto in compagnia di lei era l’amore, perché dentro di me non ci sarebbe più stato spazio per sorrisi e commozione, per ammiccamenti e serate in perizoma. Non senza lei, andata via per sempre, salutandomi gentilmente e con quella maledetta bastarda ombra che accompagna chi sta per morire. E che noi vediamo solamente nei nostri ricordi, dopo la scomparsa.

Celebrai il funerale della mia capacità di amare una donna, la cerimonia di addio alle illusioni, l’ultimo saluto di quella città grande grande ma troppo piccola per la mia tristezza.

E mi ritrovai in una città molto più piccola, vuota ma efficace per rimarginare parte delle mie ferite, perlomeno quelle indispensabili per parlare con gli altri, quella città col centro storico troppo caro per poterci vivere, quella città con quei locali così trendy, vecchi e nuovi allo stesso tempo, vivi della storia che si fonde con uno sguardo profondo ed immancabile ad un futuro gravido.

Quella città in cui lei era troppo lontana per esistere, ed io troppo occupato a mangiare due volte al giorno con meno di dodici euro, impomatandomi la sera per poter sembrare l’ultimo di coloro che lavorano solamente per essere al centro, al centro di una movida che centro non ha.

In quella casa vecchia, a quarantacinque talvolta più minuti e due autobus dal mio bancone, dallo shaker, dalla consolle che spara deep house con la sola missione di annebbiare i sensi e liberare le menti nelle sere in cui bisogna, è necessario divertirsi.

Vivevo al primo piano, in mezzo ad orti e nuove case, in una villetta cadente costruita da contadini quando ancora si pensava che la città mai avrebbe potuto avere una periferia, e tanto meno una cintura. Una casetta anomala, piccola, bassa, con un piano terra adibito a grande ripostiglio di oggetti non miei. A magazzino. A pattumiera. Questo è quello che pensavo prima del giorno in cui trovai i libri.

Libri, libri su libri su libri su libri, decine di autori e chilometri di polvere, testimonianze di una vita passata, superata, sfogliata nelle sere d’inverno. Fui tramortito da tanta cultura. Io avevo rinunciato a studiare molto presto, assorbito nella vita di chi proprio una casa non la vuole avere, una casa in cui restare fermo a leggere per ore.

Ora così, senz’altro domandare, mi trovavo ad avere una ricchissima biblioteca, ricca di polvere e di pagine strappate, anche se il giallo della carta mai avrebbe cambiato di una virgola il contenuto di quelle scatole delle magie.
E allora cene saltate per leggere, immerso nell’astrazione degli acari, costruendo il mio linguaggio e la mia mente, serate a lavoro interpretate col disgusto dei maestri della beat generation, annaffiando il tutto con una maledetta voglia di vivere, ed annacquando il mio entusiasmo col ventoso empasse di chi ha sofferto, a cui la morte ha fatto visita in passato per saldare il conto coi sentimenti.

Vedevo lei ad ogni passo, viva sorridente e leggiadra, ma sempre più leggendola al buio della disillusione che solamente Schopenauer può fornire, o con l’ombra adagiata sul cuore a cui una partecipe lettura di Montale non può non condurre, conducendoci per mano sul mar Ligure.

Mi accorsi che il mio misterioso predecessore aveva gusti rivoluzionari, così mi immersi, chiuso il conto quotidiano col bancone, in una consapevole lettura del Capitale e delle opere di Marx commentate, per risvegliarmi poche ore dopo con le poesie di Garcia Lorca e di Rafael Alberti, e passai ore ad immaginarlo in fuga da covo a covo, seminando parole di libertà e di rivoluzione. Riuscii addirittura a sentirmi parte di un movimento, nonché l’anima ed il bibliotecario di una sollevazione prossima ventura, sopra le rovine di un mondo ormai logoro.

E lui, l’inquilino, fuggito in fretta dalla casa, la casa in cui aveva coltivato le sue radici sovversive, la casa nella quale aveva progressivamente tagliato i fili che lo legavano all’autorità, agli altri e a Dio stesso. Poesia, prosa, commedie, saggi politici, guide su guide turistiche. Divisi tutto in pile separate, alternando in mano mia romanzi, sillogi poetiche e saggi, e sentendo in me crescere il coraggio. Coraggio di affrontare la vita con la sfrontatezza di un Rimbaud, con la stravaganza di un Oscar Wilde, proprio io che mi ero sempre atteggiato come colonna portante del dolore, ovviamente dopo la scomparsa di lei.
L’angoscia di essersi aperti all’amore, e trovati vulnerabili alla morte divenne un sogno di una notte di mezz’estate.

Fino a quando non ce la feci più, e con la fortuna che un tardo pomeriggio primaverile sa concedere mi feci dire dalla anziana madre del proprietario chi aveva abitato quella casa in passato. Chi era il cospiratore, l’ultimo uomo libero, il poeta coautore della mia vita. Ed ebbi un nome.
Ebbi un nome, e presto anche un indirizzo. Non si era quindi dato alla macchia, il maestro…

L’ansia di conoscere, di avere una guida. Il sapere con esattezza che noi non siamo nulla, ma un saggio può condurci al di là del conoscibile, in quella terra di nessuno che è la libertà. La pila dei romanzi era sicuramente la più alta, una torre di Babele di fantasia e conoscenza che rasentava il metro e mezzo. Dovetti dividerla in due, e ben presto la mezza pila dei libri letti superò quella delle mie pagine future. La pila delle guide turistiche sì, quella rimaneva le più polverosa.
Una sera impiegai un paio d’ore a rimettere a posto un saggio del pensiero di Sant’Agostino. Gli feci ritrovare un ordine. Con del nastro adesivo riacquistò una vita propria, ed io la succhiai goccia dopo goccia.

Leggere tanto ti cambia. Ti catapulta nella vita reale in maniera prosaica, finché tutto diviene l’episodio di un racconto. Il litigio di due fidanzati al pub, la rissa tra spacciatori nell’angolo di una piazza settecentesca. Un soggetto strano che parla ad alta voce da solo sul bus. La mia storia, la storia della mia perdita divenne il pezzo clou di un libro di memorie. Le luci della città furono un affresco su di una guida turistica, o la descrizione subitanea di un prigioniero in esilio. Il tutto raccontato per incisi, soffermandosi su particolari, lettere nere su di un foglio immacolato. Enfatizzato, perché la realtà va a braccetto con la noia. L’estensione del mio battito cardiaco.

Fino al paragrafo in cui la storia svelò i suoi connotati, pioveva ed io mi trovai solo dinanzi al cancello nero di una villetta. Decisi di non entrare, ma nulla mi impedì di spiare tra le siepi. Il mio maestro era lì, come la scena di un telefilm che non c’entra nulla con la vita, in cui il buon padre di famiglia spinge uno dei suoi due bambini sull’altalena, poi si volta, risponde al cellulare, contratta animosamente e prende un foglio dalla sua Mercedes nera. Non c’era più nulla della letteratura socialista, dei romanzi beat, della rivoluzione imminente e consapevole. Solamente polvere, polvere nelle mie mani.

Fu un dramma. Non avere un maestro è un dramma. Non avere più con me il maestro. Solo, nuovamente solo, in una vecchia casa. L’ultimo atto di una tragedia. Prima di capire che in realtà un maestro altro non è che la materializzazione del fantasma di colui che ha vinto le nostre paure. E quando ci si ritrova di fronte alla morte, allora si sta rinunciando a tutto, quindi tra il farla finita ed il ricominciare non v’è differenza alcuna. Ed anche se il mio mentore era un dirigente di banca, in realtà io rappresentavo la libertà, il non avere nulla e il non attendersi nulla, nonché l’assecondare chi mi parlava con trasporto di ciò da cui non avrebbe mai potuto prescindere. Giunsi a pensare che ognuno adorava le sue catene ed io, accidentalmente senza guinzaglio, fungevo da involontario baluardo dell’isola senza autorità.

Portavo con me metri e metri di libri, polvere e pagine giallognole in grado di far detonare sezioni cerebrali assopite da drogaggi lenti ed inesorabili opera della quotidiana sopravvivenza, e smisi di fuggire. Shakeravo cocktail sotto luci patinate, intense ed estemporaneamente vuote, fino a quando un fuoco fatuo mi urlò addosso, e fu un morso che spremette lo stomaco e lacerò l’intestino, una frattura nel centro nevralgico del mio cuore.

Lei non era morta, ma il suo era stato un tragico atto di scelta: lei aveva abbandonato me ad un destino bizzarro, sputando dietro di sé, nell’unica direzione in cui potevo seguirla, un fiume ghiacciato, costituito da un’impercorribile indifferenza, lasciandomi nudo, nel cuore e nell’animo, esposto alle intemperie angosciose del mondo. Per correre lontano con un altro uomo. Ed io, solo, non potei altro che pensare lei, morta, nella terra che l’avrebbe consumata, lentamente e senza pausa alcuna, nei secoli e nei millenni.

Ma quel giorno splendeva un nuovo sole, per quanto composto di luci chimiche e di musica assordante, con un nucleo vivo di pagine e pagine di storie, riflessioni, deduzioni, impilate nella mia cantina e nel mio lobo temporale. Per darmi una vita vera, ben lucidata, trasparente. Come gli occhi di colei che stavano incrociando i miei, a pochi metri, quando protetto dal bancone lasciai che il presente ed un improbabile futuro mi illuminassero e riuscissero a saziarmi.

martedì, aprile 04, 2006

Intervista a Rocco, il mio cane. Argomento libero, in luminoso pomeriggio di marzo. Parte 2


P- Esattamente. Cosa pensi, da animale non vittima di macellazione, della scelta di non nutrirsi di animali?
R- Beh, innanzitutto esistono mille tipi differenti di macellazione. Abbandonare un cane per strada dopo che ha vissuto tutta la sua vita con degli umani è lasciarlo alla macellazione, ad esempio, la fagocitazione da parte di una società “dell’ usa e getta”.
Per entrare nello specifico della tua domanda, in realtà ogni scelta dettata dall’amore e dal buon cuore delle persone è una scelta da ammirare. Se voi esseri umani potete vivere tranquillamente senza la carne, così come possiamo noi cani, e potete scegliere di non nutrirvi di carne, perché nutrirsene allora? Io personalmente continuo a non capire questa differenza tra animali “commestibili” e non, fa parte di un retaggio culturale, differente in ogni società, ma se qualcuno vuole vedere qualcosa di assoluto in questo allora cade in errore, classifica, forma gerarchie, ricade nel modello antropocentrico di cui parlavamo prima, ovvero l’uomo al centro e tutto il resto che gli gravita attorno: noi cani che gli gravitiamo attorno su di un’orbita particolarmente vicina, le cosiddette bestie da macellazione un po’ più lontane, gli insetti ancora più lontani..
Con questo capisco benissimo un essere umano che cacci per sopravvivere, che cacci per sfamare sé stesso e la sua famiglia, ma la vostra società è così complessa che modelli così semplici non esistono più. E’ tempo che si comprenda la parità tra tutti noi animali, la parità tra noi animali e l’animale uomo, tra l’uomo ed ogni singola cosa sulla terra. Questa secondo me può essere evoluzione.
Ho fame, tra l’altro, e penso che dopo questa intervista mi spetti di diritto almeno un biscotto..

P- Questo è sicuro. Ma ti chiedo di pazientare ancora. Tocco l’ultimo, grande argomento: tu credi in Dio?
R- Aspettavo qualcosa del genere. Con tutto il rispetto per voi uomini, io non comprendo ciò che voi intendete con il termine Dio. Ma butto lì qualche supposizione.
Non è sufficiente forse questo mondo meraviglioso, ma anche le piccole cose di ogni giorno, nonché il voler bene, e con questo semplice termine intendo l’apprezzare veramente ogni dettaglio del mondo, per gioire ed essere felici? Forse tutto questo non potrebbe essere un buon Dio? Attenzione non essere opera di un buon Dio, ma essere realmente qualcosa che può essere chiamata essa stessa Dio?
Io penso che l’idea di Dio come qualcosa di superiore, superiore a tutto e all’uomo stesso sia figlia del modello che ho criticato prima, e che riprendo per l’ennesima volta: l’uomo al centro, tutto il resto attorno a lui, in rigorosa gerarchia. Ma l’uomo si accorge ben presto che non è onnipotente, che per quanto abbia molti mezzi non possa tutto, ed allora, abituato a classificare, ad appunto gerarchizzare, crea qualcosa sopra di lui, qualcosa che invece non ha limiti, qualcosa da adorare e di cui avere paura. Invece di cercare di mettere tutto alla pari, insiste con il creare scale e scalette di importanza.
Non solo. L’uomo si crea tutto, si crea un mondo complesso attorno a sé, un mondo con sempre più cose. Non è solo lui, l’uomo, ma è anche in quanto ha un nome, un lavoro, una posizione sociale, una bella casa, un’auto potente. Noi cani non abbiamo nulla, nulla se non noi stessi, solamente possiamo o meno avere l’amore di chi ci sta attorno, e che noi diamo senza pretendere nulla in cambio. Ma in realtà cosa possedete realmente voi uomini, cosa avete che non potrete perdere mai se non voi stessi?
Quello che intendo dire è che più cose hai, più ne vorresti trasportare con te dopo la morte. E non parlo solamente di beni materiali. Agire in un determinato modo, anche costruttivo socialmente, per molti uomini è un atto dovuto per acquisire una posizione privilegiata anche dopo la morte, non semplicemente il modo migliore di agire per fare sì che il numero maggiore possibile di esseri possa sperimentare un’esistenza felice già qui, già nel presente.
L’agire una intera vita dando per avere, agendo per conseguire qualcosa in questa vita porta a pensare che anche questo sia l’atteggiamento da tenere nei confronti della morte e di colui che sta sopra anche alla morte stessa, cui si dà il nome di Dio. Un comportamento del genere è solamente un’espressione tipica dell’avidità, una caratteristica tipicamente umana.

P- L’avidità, già, altro grande problema di cui parlare.
R- Anche questo problema tipicamente umano; certo, noi siamo avidi quando mangiamo, avidi di cibo, quanto è bello mangiare! Ma una volta che ho finito sono felice, non voglio nient’altro. Voi invece vi caricate, vi caricate di cose attorno, con che risultati poi? Paura, odio, frustrazione..

P- Quindi tu ti senti di dire che non credi in un creatore? O in qualcosa dopo la morte?
R- No, mi sento di dire che l’esigenza anche solo di cercare un creatore è tipicamente umana.
Perché bisogna fare differenza tra creato e creatore? Perché? Non possono essere la stessa cosa? Il tutto non può semplicemente esistere e basta? Non è già meraviglioso così? Questo qualsiasi cosa possa accadere dopo la morte. In fondo tutto ha un inizio ed una fine, e l’uomo non pare proprio accettarlo. Basti solamente osservare la differenza nell’accettare il dolore tra un uomo ed un cane. Un cane soffre silenziosamente, in un angolo, accetta la sofferenza come una condizione naturale, inevitabile, ed accetta anche la fine senza alzare la voce.

P- Molto interessante questo spunto. Un'ultima cosa sul discorso religione: molte tue idee sono vicine ad alcune idee buddiste, lo sottolineo da persona che ama studiare e tentare di praticare il buddismo. Come forse tu non sai alcune scuole buddiste sostengono la possibilità della reincarnazione dopo la morte, ed anche del passaggio tra specie, come un cane che si reincarna uomo e viceversa. Ti piace come idea?
R(scodinzolando)- Mah, ora un po’ fame e riflettere su questi argomenti complessi mi risulta un po’ difficile. Inoltre penso, perché chiederselo ora? Magari sì, qualcosa di noi viene conservato dopo la morte, e torna a vivere.. Magari solo qualcosa.. Fatto sta che se dovessi reincarnarmi uomo mi piacerebbe conservare una parte del cane che sono..
Il fatto è che alla base di questa idea c’è sempre una concezione di tempo assoluto: nasciamo, moriamo, ci reincarniamo, ri-moriamo, ed intanto il tempo continua a passare, da un inizio ad una fine. Come ho già detto questo bisogno incredibile di un inizio ed una fine e la paura stessa associata alla fine è tipicamente umana. E se morendo trascendessimo anche l’idea di tempo? Se non ci fossero più un prima ed un dopo, un inizio ed una fine?
Ti lascio con questa domanda.

P- Sei stato fin troppo paziente e gentile, ora è tempo di merenda.
R- Meno male!
(e galoppa fino alla sua ciotola)


paulo

lunedì, marzo 27, 2006

Intervista a Rocco, il mio cane. Argomento libero, in un luminoso pomeriggio di marzo. Parte 1


P- Bene, ho talmente tanto da chiederti che non saprei da dove cominciare.. Partiamo dal semplice: sei soddisfatto della tua vita?
R-Certamente. Mi piace, mi diverto, vivo con delle persone che adoro, e per quanto ogni tanto ci siano dei problemi, di cui molte volte mi sfugge la natura, sono entusiasta della mia vita, sì.

P- Allora cominciamo a spingerci verso le domande scomode: non ti manca la libertà, quella vera, che va oltre il guinzaglio, oltre la legge del bastone e della carota?
R- Questa è bella.. La verità è che non saprei risponderti, non saprei risponderti perché in realtà non so cosa sia questa libertà. Sono un cane, ed i cani hanno sempre vissuto con gli uomini. Faccio parte di una specie, specie la chiamate voi, e non solo anche di una razza creata dall’uomo per alcune sue esigenze, come cacciare, una razza inoltre sfruttata con tutta la malignità di cui l’uomo è capace, anche se con uomo ovviamente non mi riferisco a tutti gli uomini. Se mi chiedi se mi piacerebbe la libertà, ti dico sì, adoro correre libero dal guinzaglio, seguire gli odori, ed adoro quando voi mi lasciate libero di farlo. Ma non so se potrei vivere così. Libertà significa solitudine, almeno per me significa quello, solitudine dall’uomo che, volente o nolente, ha la responsabilità di avere reso il cane il suo migliore amico, e di averlo sfamato, in cambio di lavoro o anche solo di amore. Vivere con l’uomo, anche a scapito di un briciolo di libertà, è il nostro destino, la nostra strada, ed è tempo anche che l’uomo si prenda le sue responsabilità ed usi tutto il rispetto che ci è dovuto, non in quanto cani ma in quanto esseri che come lui vivono sotto il suo stesso cielo e calpestando la sua stessa terra, e non solo, esseri che sono legati a doppio filo con la sua esistenza, dalla notte dei tempi.

P- Ti ringrazio, hai toccato due punti molto importanti, a cui prima o poi sarei voluto arrivare anch’io. Tanto vale anticiparli subito. Per primo, tu sei un beagle, e penso tu sia a conoscenza di tutte le sperimentazioni che vengono effettuate sulla pelle dei beagle, in quanto reputati cani indistruttibili. Il secondo punto, intessuto al primo, è proprio il rispetto scarso che l’uomo ha della natura che lo circonda. Vuoi approfondire questi punti?
R- Sì, e mi aspettavo che me lo chiedessi. In quanto “rappresentante” della natura come la chiamate voi, in quanto cane, in quanto beagle. Innanzitutto non mi piace di quando si parla dell’uomo e del suo rapporto con la natura. Non esiste l’uomo e tutto ciò che è artificiale da una parte, la natura e tutto ciò che viene chiamato naturale dall’altra. L’uomo, che lo voglia o no, è parte della natura stessa. E tutto ciò che da lui viene è pure parte della natura stessa. La contrapposizione uomo-natura viene da una concezione che vede la razza umana al centro di tutto, una posizione antropocentrica direste voi. L’uomo è al centro del creato, e la natura è il contorno, l’insalata, ciò che l’uomo ha a disposizione nella sua folle corsa verso chissà dove e mi dispiace ma in questo momento mi viene da pensare solamente verso la distruzione. Senza capire che distruggere la natura è distruggere sé stesso. Ma sto dicendo ovvietà.
La cosa importante è che, secondo me, questa è una concezione da superare, a mio avviso, in quanto è questa idea malsana che porta l’uomo a fare, fare, fare, sfruttare, senza chiedersi nemmeno per un momento verso dove stia andando. In realtà basta così poco: fermarsi, o rallentare; apprezzare il presente, l’amore, verso i suoi simili, verso i cani, verso gli altri animali, verso tutto il resto. L’amore per una montagna, l’amore verso un cane, l’amore perché no, verso una piccola noiosa mosca. Tanto siamo tutti qui, e tutti alla pari, che dir si voglia, perché tutti viviamo un battito d’ali e poi moriamo. Pensa al tempo, a tutto il tempo che è esistito ed esisterà: ai miliardi di anni passati ed ai miliardi di anni che passeranno: forse c’è differenza tra gli ottant’anni di un uomo, i venti di un beagle, la settimana di vita di una farfalla?
Se l’uomo la smettesse di correre, e cominciasse a correre un po’ in un prato verde giocando con il suo cane, non ci sarebbero deforestazioni di sorta, effetto serra –che mi devi spiegare ancora esattamente come avviene-, e nemmeno sperimentazioni selvagge sui beagle.

P- Mi è piaciuto il tuo discorso, si vede che ci metti passione, e penso che in tanti dovrebbero ascoltarlo. Solo non tutto è semplice come appare. Il tuo discorso porta verso il mito del buon selvaggio, e forse, detto da un uomo, sminuisce un po’ le grandi conquiste della mia specie, e qui non parlo solamente di conquiste materiali, come lo stile di vita che l’uomo è stato in grado di acquisire, le invenzioni partorite nel corso dei millenni, ma anche e soprattutto culturali. Quello che rende la mia specie, e qui non vorrei essere frainteso però, così “evoluta” rispetto alle altre, così in grado di analizzare il mondo che gli sta intorno, di classificarlo, di fare congetture riguardo all’inconoscibile. Cosa ne pensi a proposito?
R- Penso che sia un discorso giusto, fatto da un uomo, ma che non smonti in minima parte il discorso fatto da me riguardo al fatto che l’uomo dovrebbe “rallentare” la sua corsa verso lo sfruttamento. Tu mi parli di conquiste materiali, quando mi pare i due terzi della popolazione umana non li abbia a disposizione. Mi parli di conquiste culturali, ma quanti ne hanno accesso? E non è anche una conquista culturale quella di rendersi conto che non si è al centro del mondo, ma che bisogna fermarsi e lavorare per permettere che tutti abbiano accesso almeno minimamente ad una vita più agevole?
Ma non solo, mi parli di queste grandi conquiste culturali ed intellettuali, ma allora perché l’uomo, tanto evoluto, non ha ancora capito nulla del suo cervello? Perché gli basta così poco per cadere in depressione, o per compiere ogni genere di atrocità? Non ti sembra che abbia lavorato un po’ troppo in una direzione sola, ovvero verso l’esterno, verso la conquista di tutto ciò che ha attorno, tralasciando ciò che è interno, ovvero la sua sensibilità, verso la natura e quindi anche i suoi simili, la comprensione di sé stesso, che poi null’altro è che la sua felicità?
E fai attenzione, non stavo dicendo con il discorso precedente che l’uomo dovrebbe ritornare ad essere nulla più che un buon selvaggio, ma solamente fermarsi, guardarsi attorno, rinunciare a qualcosa, gradatamente, per fare sì che un riequilibrio avvenga piano piano, e senza catastrofi come altrimenti avverrà.

P- Ti ringrazio. Molto interessante la tua analisi. Prima di cambiare argomento, siccome la tua idea del riequilibrio e delle piccole rinunce mi dà un appiglio per affrontare un altro punto importante dell’intervista, ti volevo domandare una piccola cosa: cosa ne pensi degli umani che scelgono il vegetarianismo?
R- Mmmm… dunque, vuoi chiedermi se la loro scelta va nella direzione di cui abbiamo parlato prima?

giovedì, marzo 16, 2006

La differenza.


Sapete cosa fa la differenza? Sapete cosa vi butta dal paradiso all’inferno in meno di cinque secondi sola andata? Cosa vi può far capire che quelle che avete pensato fino ad ora sono solo nientepopodimeno che autentiche cazzate? Che l’aumento di stipendio di contratto l’automobile nuova il film che non vi piace una tipa che non ci sta la partita di calcetto persa ingiustamente sono tutto quello che si può definire spazzatura?
Che la paura di essere un fallito un uomo debole incapace di imporsi nervoso che non riesce a calmarsi che ha delle belle idee ma non riesce a seguirle che non riesce ad aumentare il suo sex appeal insomma tutte le paranoie di questo mondo andata e ritorno in realtà sono solo ridicoli viaggi di piacere niente di più, e non solo, anzi esiste un treno che ci può portare a casa è solo questione di accomodarsi ed aspettarlo e non cercare di sprofondare nel baratro quando non arriva anche se ha un ritardo indefinito..

Magari mi risponderete la differenza è svegliarsi la mattina con un mal di stomaco atroce che poi passa ma ritorna e poi passa poi ritorna quindi si scopre che si ha un cancro alla bocca dello stomaco in fase avanzata con poche possibilità ma ne rimane qualcuna basta sottostare a cure allucinanti ed entrare in un vortice disperato allora in quel momento forse si comprende che il treno di ritorno potrebbe non passare più e tutto è sfumato da un momento all’altro e magari siamo pure soli. Troppo deboli per affidarci a delle cure alternative del tipo è tutto nella tua mente oppure bevi la tisana magica della nonna supernonna e tanto impauriti quando si tratta di iniziare una terapia che sappiamo ci devasterà ed il suo esito si conosce a priori solo in termini di probabilità variabili quindi non si conosce.

Bene questo è il pensiero che mi salva.

Perché in realtà io non ho un carcinoma con tanto di metastasi in due o tre organi diversi ed una lista di dottori da cui andare per sentirmi citare diverse proiezioni di percentuali di sopravvivenza ed elenchi di medicine e pacche sulle spalle. Ma sono solo ugualmente. Mi salva il fatto di sapere quello che non ho. E che non vorrei mai avere.

Perché nessuno è perfetto. Solamente qualcuno è più sfortunato.

Questo qualcuno magari è così sfortunato da inforcare la macchina stressato una mattina dopo non aver chiuso occhio per il nervosismo, più sorella gastrite che manda un male lancinante ed il tuo spirito guida che ti dice calmati ed il tuo spirito calmo che ti dice guida. E allora guidi ma proprio non ce la fai a guidare piano, a non mandare affanculo chi non ti dà la precedenza che ti spetta, a non mandare affanculo chi ti manda affanculo dopo che non gli hai dato la precedenza che gli spetta ma mancano dieci minuti poi entri in ritardo a lavoro e non oggi, non oggi che sono pieno di cose da fare. E pensi ho proprio bisogno di andare ad uno di quei gruppi di meditazione collettiva se no non ce la farò mai a calmarmi, e mentre lo pensi la macchina fa i settantacinque all’ora, sei in città ed un vecchio sulle strisce pedonali attraversa proprio lì davanti a te, proprio in quel momento perché se avesse fatto colazione due minuti dopo o non l’avesse fatta o se avesse avuto voglia di farsi una settimana al mare in tranquillità in queste belle giornate di sole o se avesse deciso di andare in pensione qualche anno dopo tu non l’avresti tirato sotto, lasciando sulle strisce bianche un ritratto di sangue ossa ed organi interni e non saresti un maledetto assassino senza scrupoli con una vita da fallito alle spalle.

Magari avresti un bel curriculum di fallimenti ed un bel carnet di aspirazioni che non realizzerai mai ma che devi avere per essere in regola e sentirti anche tu parte costituente ed essenziale di questa meravigliosa maledetta società occidentale dove cosa importa come ti senti tanto ci sono gli psicologi ma quello che importa è quello che fai.
Ciò che diventi e, non dimentichiamocelo mai, quello che hai in mente di diventare, ovvero quello che ti stacca da questo stupendo inutile presente che inizi ad apprezzare quando sono dieci giorni che corri in macchina di cui otto su di un’auto rubata e cominci a pensare che dopo avere perso sette chili ed avere cinquanta grammi di barba in più e dopo avere svalicato almeno quattro volte quattro confini diversi magari non ti prenderanno, magari esiste questa possibilità, anche se tu di colpo sei il male, per quanto tu abbia sempre pagato le tasse. E non parlatemi di attenuanti generiche o stronzate simili. Io non sono un politico.

Quando inizi a conoscere le persone senza pensare se guadagnano più o meno di te, anche perché ora quello che guadagni è quello che tiri su se rivendi hashish ed erba o riesci a rubare a due turisti spensierati. Chiedendo loro scusa, ovviamente,e cercando solo quelli abbastanza ciccioni da sapere che non ti salteranno addosso disarmandoti da quel coltello arrugginito e lasciandoti con la faccia insanguinata per terra.

Ma la questione è proprio questa. Esiste qualcuno così potente da decidere che la mia vita non va bene e devo cambiarla d’improvviso, nonché tentare ogni giorno di finirla lì? Qualcuno decide che sono io quello sfortunato?

Di colpo io sono un assassino e non più un agente immobiliare, di colpo non merito più un aumento ma la galera per aver investito un povero pensionato sulle strisce ed averlo solamente ammazzato. Il sistema decide di punirmi, io so che merito di essere punito, ma proprio non ce la faccio a pensarmi recluso io che dormo con le finestre aperte anche il quindici di gennaio quando ci sono meno cinque gradi di temperatura massima e Dio solo sa quale sia la minima.
Perché non è sufficiente che la mia punizione sia il terrore giornaliero di prendere in mano un volante anche se ora devo farlo per sopravvivere per continuare a scappare e non riuscire a dormire ogni notte senza sognare per almeno due o tre volte l’attimo critico, la catastrofe, il momento in cui la mia vita si è trasformata in una lotta quotidiana contro me stesso.
No, questa personale punizione non va, allora ti ritrovi a scrivere una lettera in cui lo spieghi alle autorità che ora odi ed a tutti quelli che ti conoscono e che ora non sanno se odiarti in cui dici che hai fatto una grandissima mirabolante cazzata e sei pentitissimo anche se in quel momento stavi pensando ai centri di meditazione buddisti in cui ti saresti potuto rifugiare il mercoledì sera ed il venerdì mattina per trasformare questa tua energia negativa e la fottuta gastrite in voglia di vivere e ricongiungerti con l’universo.
E così, cari tutti, ho deciso di scappare. Avendo sempre cura di tenere con me un qualcosa che mi permetta di uccidermi se mi prenderete, perché proprio non ce la faccio a pensarmi rinchiuso in cella.
La mia condanna sarà di essere sempre in fuga.
E così tre anni dopo può capitare che tu conviva con un commando di guerriglieri in un paese povero, con null’altro che un rancio giornaliero, girando per villaggi e cercando di renderti utile insegnando qualcosa ai bambini dei rifugiati, studiando l’attualità e dedicandoti ad un dovuto revisionismo storico, e capendo ancora una volta che non hanno fatto altro che prenderti per il culo, per tutta una vita.

10 Marzo 2005

lunedì, marzo 13, 2006

Il dilemma del credere - riflessioni


E' un sacco che non aggiorno il blog, mo' lo faccio..
Cinque stelle è andato avanti, anche se è un po' arenato. Alcuni dilemmi mi trafiggono, quindi finché non ne risolvo almeno i due terzi resta lì crocifisso a mezz'aria. Tanto non patisce.

Ho scritto un nuovo racconto, lo pubblico appena ritrovo la penna USB. Mi ritrovo sempre avvolto in atmosfere un po' oscure quando scrivo ultimamente, anche se la mia vita di ogni giorno non è impantanata nel lugubre come potrebbe sembrare. Ovvio che non credo in entità superiori nel libero mercato nelle scappatoie dalla realtà nella realtà stessa nell'amore eterno nella vita dopo la morte nella democrazia e ad un sacco di altre favolette..

No dai, non sono così messo male..
Magari credo, diciamo forse un pochino nell'accettazione incondizionata in una birra tra amici nell'amore stupendamente temporaneo in chi non ti impone di credere, nella relatività dei risultati in una tazza di té verde nella morte nell'umana paura di morire nello sguardo puro del mio cane nella primavera che ci porterà via questo freddo e noioso inverno. Crederò per sempre negli occhialoni di mio nonno in chi ha pianto di gioia quando mi sono laureato in chi mi ha ringraziato per averlo ospitato in chi ha accettato i miei ringraziamenti quando mi ha ospitato in chi mi ha detto parole dure ma sincere, forti come un manrovescio in pieno volto.

E scusatemi se non sempre uso le virgole, ma non sempre si pensa con le virgole. Anzi penso spesso con i punti interrogativi, ma non li metto forse per arroganza forse per mascherare la mia insicurezza.

Comunque a giorni metterò su il mio nuovo racconto sempre della serie "Uomini che cercano il senso della vita" (senza trovarlo ovviamente, o rendendosi conto di cosa voglia dire "trovare"). Il titolo è La differenza.

Lascio con una frase che ho letto vicino alla porta del cesso di un pub a Cuneo, non firmata:

Un cane abbaia sue idee, smette quando impongo le mie.