lunedì, giugno 26, 2006

Scrivere della vita e dell'immaginazione...


Purtroppo l’avidità ed il ritmo frenetico della società del consumo della quale faccio parte fa sì che il mio tempo sia limitato, talvolta concentrato in un’autodifesa circoscritta per non subire dipendenza alcuna né farmi travolgere dalla sindrome dello schiavo inconsapevole.

Allora mi nutro della libertà che ho a disposizione, di quella che non si vende al discount anzi non si vende proprio, e attendo di trovare quel tempo, seduto sul balcone di casa mia accanto al bonsai che cresce abusivo direttamente dal pavimento del terrazzo, sfidando ogni legge della natura nonché questo caldo porco, nel quale inforcare la biro e cercare di utilizzare l’inchiostro nero con la massima originalità diviene spontaneo come lo scrosciare di una cascatella di un torrente di montagna, dove l’acqua non si trattiene in alto, ma si lascia dondolare fragorosa verso il basso e verso la sua destinazione. Così l’inchiostro può trasformare una macchia in una testimonianza permanente di una vita impermanente, in un linguaggio codificato e limitato che pur tuttavia può trascendere il suo scopo, i suoi limiti, il luogo che descrive.

Per scrivere io intendo portare avanti “Cinque stelle”, che come primo intento volevo comparisse “a rate” sul blog, ma l’intenzione supera la ragione, e devo desistere. Lo continuerò accanto al mio bonsai, senza fretta, respirando l’aria buona della mancanza di vincoli alcuni. O nel caos onirico.
Ma sono fiducioso.

Nel frattempo uso il blog in quanto blog, e mi lancio nella nuova avventura delle interviste, dopo quella a Rocco avvenuta in un estatico pomeriggio di primavera. La prossima vittima sarà Onesto, ed a differenza di Rocco lui risponderà alle domande senza passare attraverso il mio filtro cognitivo.

Nel frattempo la ricerca della mia personale libertà è passata anche di qui: http://www.buddhanet.net/ dove c’è tantissimo materiale da scaricare (libri su libri), solamente in inglese però, maledetti imperialisti! (i sogghigni…)
Ad esempio ventisei (ventisei!) libri sul Mahayana! E da lì si arriva pure qui: http://www.sanrin.it/ !! Direttamente da Lucio!

Ci si può poi cuocere il cervello passando di qua: http://www.michaelbach.de/ot/mot_adapt/index.html

Buona cucina,

lunedì, giugno 19, 2006

Lucid dreaming


Il sogno lucido è semplicemente il sogno nel quale si diviene consapevoli di stare sognando.
Scrivo questo perché proprio l’altra notte mi è capitato il più lucido e cosciente sogno della mia vita (stupore…) .

Questa è solo una personale introduzione all’argomento, potrei anche prima o poi descrivere il sogno, mi ha aperto delle porte che non pensavo nemmeno esistessero (incredulità…) .

Ho scoperto i sogni lucidi leggendo i magici libri del Castaneda vari anni fa (li ho letti tutti, evviva il fanatismo…). E’ stata un’esperienza straordinaria. Incredibile immaginare che i sogni si possano gestire, comandare, vivere consapevolmente quasi fossero un’altra vita. Faccio una breve introduzione al sogno lucido. E vi garantisco, è tutto vero, non è fantascienza, ho provato tutto sulla mia pelle. Solo, non bisogna avere fretta.
Per un po’ di bibliografia, vi consiglio di leggere “L’arte di sognare” di Carlos Castaneda, una pietra miliare. Oddio, è romanzato, almeno credo, ma la cosa incredibile è che le sue tecniche, almeno quelle che ho provato sulla mia pelle, funzionano. Quindi perché porsi il dilemma che si pone ogni lettore non lobotomizzato di Carlos: -Sarà vero o sarà tutta invenzione?-.

In fondo i suoi libri spingono nell’unica direzione che amo, ovvero la ricerca della libertà personale. E non c’è nulla che fa sentire più liberi della capacità di gestire a piacimento il corpo di sogno.
No, non sono alla quindicesima canna. Per corpo di sogno intendo il nostro corpo, quello che ci sentiamo addosso nei sogni.. Non vi è mai capitato di sentirvi impacciati a muovervi nel sogno, a correre, a parlare, come se il corpo non vi appartenesse? Bene, è solo questione di abitudine, di pratica, di volontà, come tutto nella vita. Lo chiamo imparare a gestire il corpo di sogno, nessuna pratica magica, nessun fricchettonismo new-age: solo una potenzialità in più.

Come sitografia, si può leggere in inglese il sito del Lucidity Institute, a Stanford, http://www.lucidity.com/, dove addirittura emeriti professori fanno ricerche sui sogni lucidi. Hanno persino inventato un aggeggio, il NovaDreamer, in grado mentre si sogna di mandare dei lampi di luce, i quali vengono percepiti dal dormiente, che vedendoli realizza di trovarsi in sogno, comprendendo così che è il momento di divenirne consapevole e di provare a gestirlo.

E qui uno dei punti fondamentali.

So per certo ora che una parte di attenzione viene trasmessa dalla consapevolezza normale, quotidiana, a quella del sogno. Se io penso –stanotte nel sogno se vedo un lampo di luce devo comprendere che sto sognando- e lo penso una, due, venti volte, magari non stanotte, non domani notte, ma prima o poi questa informazione passa dalla coscienza normale alla indisciplinata coscienza del corpo di sogno. Allo stesso modo, se io voglio voglio voglio sognare una certa persona, un certo luogo, o solamente avere un sogno lucido posso stare sicuro che la o lo vedrò o vivrò un sogno lucido. Sperimentato sulla mia pelle, e sulla pelle di gente che conosco molto bene.

C’è anche un sito italiano che ho trovato il quale sembra interessante, si chiama http://www.sognilucidi.it/portale/ , sembra ben fatto ma non garantisco, l’ho trovato da poco. Ho sempre paura di quella derive new-age filo-superstiziose che invece di donare libertà ne tolgono, portando sulla tortuosa strada in discesa del fanatismo. (ehi ma tu...)
C’è anche una pagina di wiki in inglese, http://en.wikipedia.org/wiki/Lucid_dream , ed una un po’ meno esaustiva in italiano http://it.wikipedia.org/wiki/Sogni_lucidi .

Le cose che più mi piacerebbe riuscire a compiere sognando lucidamente nel futuro sono, e qui è vietato ridere: -trovarmi in sogno mentre dormo nel mio letto
-cercare determinate persone nel sogno, e vedere se è possibile o fantascientifico il cercarsi reciprocamente in sogno (sembra possibile da alcune ricerche di lucidity)
-(qui si va nel fantastico vero e proprio) provare in sogno a modificare oggetti nella realtà (lo so non ci credo neanche io, ma perché non provare? E se Castaneda avesse ragione?)

Tra l’altro, anche nel buddismo Vajrayana a quanto mi risulta vengono utilizzate tecniche di sogno lucido, e questo aumenta ancora la mia curiosità, anche se da buon estimatore di zen non credo in tecniche particolari per raggiungere l’illuminazione, anzi come dice Dogen, forse non c’è nemmeno illuminazione.

Al buon lettore..

lunedì, giugno 12, 2006

Reclaim the streets 2006!




E’ una tranquilla sera di mezza estate quando, armato del giusto spirito sovversivo, passo a prendere Lele a Mondovì. La destinazione è un luogo semisconosciuto di Torino. Partiamo, belli e dannati. Stasera si fa la rivoluzione. E noi non mancheremo.
Il primo inconveniente istituzionale viene oramai a Torino, in una tappa intermedia per prendere due amici rivoluzionari. Uno arriva, l’altro tarda. Lo precede la polizia.
-Documenti- e si chiudono dentro.
Il nostro antagonismo sale.

Intanto perdono cinque minuti dietro quel pezzo di carta che ci identifica e di etichetta agli occhi dello Stato proteiforme che tutto permea e che sguinzaglia i suoi mastini per fare sì che l’ordine venga tristemente e rigidamente rispettato anche a scapito della felicità, pezzo di carta rappresentato in quella sede dalla carta di identità del Lele, sfogliata con occhi assatanati dalle tute nero-blu manco fosse una rivista porno..

E il nostro antagonismo sale ancora.

-Dove andate ragazzi?-
-Mah, pensavamo di fare una capatina ad un raduno di arrampicata sui palazzi, ovviamente abusivo, per riprenderci le strade e la nostra libertà!-
..mi balena in testa, ma: -Niente, aspettiamo un nostro amico di Torino, per uscire un po’-
-Dove?-
-Eccheccazzovenefrega?- ma ancora mi trattengo
-Murazzi- dico, con aria fragile.
(le risate..)
-Buona serata, ragazzi, e fate attenzione giù ai Murazzi-

E si va, accontentandosi di fare la figura dei tre barotti cuneesi in cerca di divertimento facile nella grande città, vestiti di cenci da montanari. Meno male che non hanno visto i crash pad.

Ora siamo pronti all’atto sovversivo.

Quanti saremo? 100? 150? 200?
In un attimo siamo attaccati a giochi per bambini, cartelloni per la pubblicità, muri cadenti ed addirittura fontane. Divertente, sì, divertente, e curata l’organizzazione, con mappa dei blocchi (tantissimi, impossibile provarli tutti in due ore), maglietta, informazioni accurate..
Forse è un po’ dispersivo, ma in fondo che si vuole, più ordine? Ma per piacere… Da ricordare il cartellone di quattro metri e mezzo, il lancio storto alla finestra, la rimonta del tubo del gas, il lancio impossibile sullo spigolo dove ho lasciato due etti di pelle con le dita a perdere nei fori dei mattoni.
Tre i settori, tantissimi i passaggi, bell’entusiasmo generale. In giro per le strade di Torino con i crash, chi l’avrebbe mai detto?
La finale è il punto d’incontro, di aggregazione di questa massa pulsante, ed anche se io appena la vedo mi metto le mani nei capelli (aaaarrggghhh.. una placca!) abbiamo la sorridente Anita Manachino che la toppa per prima, portando a casa la prima vittoria ad uno SBC di una donna. Finalmente un po’ di vero potere al femminile! Emma Goldman sarebbe contenta.

Tutti acclamano, la serata SBC finisce al pub, mentre io ed il compare inforchiamo la strada a pagamento col pedaggio che aumenta sempre di più alla faccia dei taxpayer, e torniamo sui nostri monti, così alle due e mezza davanti ad una birra sentiamo che è bello riprendersi la città, anche se la città non è nostra, noi non ci viviamo, rudi montanari quali siamo, e nonostante sulle rocce nude e dure siamo più felici forse questo è un bel momento, c'è un vero movimento, tutti insieme a scalare due muri con sopra scritte sovversive, sperando che il nostro ego non crei ulteriori gerarchie, anche all’interno del nostro spazio dedicato al divertimento.
Il bello è stato essere là, tutti uguali davanti ad un muro, ad urlare non slogan –anche se un po’ mi sarebbe piaciuto-, ma solo incitazioni, per poi buttarsi a provare, il tutto con un minimo comune denominatore da favola, l’arrampicata.
Che per definizione è anarchica, e le regole le scegli come vuoi.

jerome

giovedì, maggio 04, 2006

Polvere e pagine strappate - Racconto


Seicento meno duecentocinquanta uguale trecentocinquanta. Trecentocinquanta diviso trenta fa poco meno di dodici euro al giorno. Tirando la cinghia ce la posso fare.

Questo fu il primo pensiero che mi balenò quando misi piede nella casa. Certo avrei dovuto fare attenzione ai controllori sull’autobus, ma se avessi sottratto altri quarantacinque euro di abbonamento mensile me ne sarebbero rimasti qualcosa come trecentocinque, quindi due pasti al giorno con dieci euro.

Il trovare quel lavoro, in uno dei più frequentati cocktail bar della città, sottopagato quanto basta ma sufficientemente sicuro e stabile non aveva prezzo. Il restituirmi la mia dignità di uomo, essere unico, solo ed indissolubile, con la sguardo rivolto all’orizzonte.

Ero fuggito da una città ancora più grande, grande abbastanza da sembrare di non finire mai se non quando tutti vogliono che finisca, quei primi giorni di agosto quando tutti si mettono in viaggio per dove non importa ma andiamo via, la città da cui ero fuggito mille e mille volte con l’unico sorriso che avrei voluto accanto. Stringendo mentre guidavo l’unica mano che mai avrei voluto stringere. La donna che mai e poi mai avrei potuto dimenticare.

Per quante sere volli pensare che lei fosse ancora viva, e cercai di immaginarmela con gli occhi neri e le ciglia lunghe che guardavano il mondo con l’innocenza di un infante, dimentiche di tutto il passato, dimentiche di me, per qualche assurdo incantesimo malvagio, o semplicemente per un gioco sadico del destino. Qualsiasi incantesimo migliore di una lapide gelida in un cimitero, una lapide sulla quale non avere nemmeno il coraggio di piangere, sospirare e gettare improperi al cielo, così per tutti i giorni della mia vita.
Ed io fuori da quel maledetto cancello nero, orario di apertura dalle otto alle diciannove, tutti i giorni compresa la domenica, non c’è vacanza nel regno dei morti.

Quello che era morto in compagnia di lei era l’amore, perché dentro di me non ci sarebbe più stato spazio per sorrisi e commozione, per ammiccamenti e serate in perizoma. Non senza lei, andata via per sempre, salutandomi gentilmente e con quella maledetta bastarda ombra che accompagna chi sta per morire. E che noi vediamo solamente nei nostri ricordi, dopo la scomparsa.

Celebrai il funerale della mia capacità di amare una donna, la cerimonia di addio alle illusioni, l’ultimo saluto di quella città grande grande ma troppo piccola per la mia tristezza.

E mi ritrovai in una città molto più piccola, vuota ma efficace per rimarginare parte delle mie ferite, perlomeno quelle indispensabili per parlare con gli altri, quella città col centro storico troppo caro per poterci vivere, quella città con quei locali così trendy, vecchi e nuovi allo stesso tempo, vivi della storia che si fonde con uno sguardo profondo ed immancabile ad un futuro gravido.

Quella città in cui lei era troppo lontana per esistere, ed io troppo occupato a mangiare due volte al giorno con meno di dodici euro, impomatandomi la sera per poter sembrare l’ultimo di coloro che lavorano solamente per essere al centro, al centro di una movida che centro non ha.

In quella casa vecchia, a quarantacinque talvolta più minuti e due autobus dal mio bancone, dallo shaker, dalla consolle che spara deep house con la sola missione di annebbiare i sensi e liberare le menti nelle sere in cui bisogna, è necessario divertirsi.

Vivevo al primo piano, in mezzo ad orti e nuove case, in una villetta cadente costruita da contadini quando ancora si pensava che la città mai avrebbe potuto avere una periferia, e tanto meno una cintura. Una casetta anomala, piccola, bassa, con un piano terra adibito a grande ripostiglio di oggetti non miei. A magazzino. A pattumiera. Questo è quello che pensavo prima del giorno in cui trovai i libri.

Libri, libri su libri su libri su libri, decine di autori e chilometri di polvere, testimonianze di una vita passata, superata, sfogliata nelle sere d’inverno. Fui tramortito da tanta cultura. Io avevo rinunciato a studiare molto presto, assorbito nella vita di chi proprio una casa non la vuole avere, una casa in cui restare fermo a leggere per ore.

Ora così, senz’altro domandare, mi trovavo ad avere una ricchissima biblioteca, ricca di polvere e di pagine strappate, anche se il giallo della carta mai avrebbe cambiato di una virgola il contenuto di quelle scatole delle magie.
E allora cene saltate per leggere, immerso nell’astrazione degli acari, costruendo il mio linguaggio e la mia mente, serate a lavoro interpretate col disgusto dei maestri della beat generation, annaffiando il tutto con una maledetta voglia di vivere, ed annacquando il mio entusiasmo col ventoso empasse di chi ha sofferto, a cui la morte ha fatto visita in passato per saldare il conto coi sentimenti.

Vedevo lei ad ogni passo, viva sorridente e leggiadra, ma sempre più leggendola al buio della disillusione che solamente Schopenauer può fornire, o con l’ombra adagiata sul cuore a cui una partecipe lettura di Montale non può non condurre, conducendoci per mano sul mar Ligure.

Mi accorsi che il mio misterioso predecessore aveva gusti rivoluzionari, così mi immersi, chiuso il conto quotidiano col bancone, in una consapevole lettura del Capitale e delle opere di Marx commentate, per risvegliarmi poche ore dopo con le poesie di Garcia Lorca e di Rafael Alberti, e passai ore ad immaginarlo in fuga da covo a covo, seminando parole di libertà e di rivoluzione. Riuscii addirittura a sentirmi parte di un movimento, nonché l’anima ed il bibliotecario di una sollevazione prossima ventura, sopra le rovine di un mondo ormai logoro.

E lui, l’inquilino, fuggito in fretta dalla casa, la casa in cui aveva coltivato le sue radici sovversive, la casa nella quale aveva progressivamente tagliato i fili che lo legavano all’autorità, agli altri e a Dio stesso. Poesia, prosa, commedie, saggi politici, guide su guide turistiche. Divisi tutto in pile separate, alternando in mano mia romanzi, sillogi poetiche e saggi, e sentendo in me crescere il coraggio. Coraggio di affrontare la vita con la sfrontatezza di un Rimbaud, con la stravaganza di un Oscar Wilde, proprio io che mi ero sempre atteggiato come colonna portante del dolore, ovviamente dopo la scomparsa di lei.
L’angoscia di essersi aperti all’amore, e trovati vulnerabili alla morte divenne un sogno di una notte di mezz’estate.

Fino a quando non ce la feci più, e con la fortuna che un tardo pomeriggio primaverile sa concedere mi feci dire dalla anziana madre del proprietario chi aveva abitato quella casa in passato. Chi era il cospiratore, l’ultimo uomo libero, il poeta coautore della mia vita. Ed ebbi un nome.
Ebbi un nome, e presto anche un indirizzo. Non si era quindi dato alla macchia, il maestro…

L’ansia di conoscere, di avere una guida. Il sapere con esattezza che noi non siamo nulla, ma un saggio può condurci al di là del conoscibile, in quella terra di nessuno che è la libertà. La pila dei romanzi era sicuramente la più alta, una torre di Babele di fantasia e conoscenza che rasentava il metro e mezzo. Dovetti dividerla in due, e ben presto la mezza pila dei libri letti superò quella delle mie pagine future. La pila delle guide turistiche sì, quella rimaneva le più polverosa.
Una sera impiegai un paio d’ore a rimettere a posto un saggio del pensiero di Sant’Agostino. Gli feci ritrovare un ordine. Con del nastro adesivo riacquistò una vita propria, ed io la succhiai goccia dopo goccia.

Leggere tanto ti cambia. Ti catapulta nella vita reale in maniera prosaica, finché tutto diviene l’episodio di un racconto. Il litigio di due fidanzati al pub, la rissa tra spacciatori nell’angolo di una piazza settecentesca. Un soggetto strano che parla ad alta voce da solo sul bus. La mia storia, la storia della mia perdita divenne il pezzo clou di un libro di memorie. Le luci della città furono un affresco su di una guida turistica, o la descrizione subitanea di un prigioniero in esilio. Il tutto raccontato per incisi, soffermandosi su particolari, lettere nere su di un foglio immacolato. Enfatizzato, perché la realtà va a braccetto con la noia. L’estensione del mio battito cardiaco.

Fino al paragrafo in cui la storia svelò i suoi connotati, pioveva ed io mi trovai solo dinanzi al cancello nero di una villetta. Decisi di non entrare, ma nulla mi impedì di spiare tra le siepi. Il mio maestro era lì, come la scena di un telefilm che non c’entra nulla con la vita, in cui il buon padre di famiglia spinge uno dei suoi due bambini sull’altalena, poi si volta, risponde al cellulare, contratta animosamente e prende un foglio dalla sua Mercedes nera. Non c’era più nulla della letteratura socialista, dei romanzi beat, della rivoluzione imminente e consapevole. Solamente polvere, polvere nelle mie mani.

Fu un dramma. Non avere un maestro è un dramma. Non avere più con me il maestro. Solo, nuovamente solo, in una vecchia casa. L’ultimo atto di una tragedia. Prima di capire che in realtà un maestro altro non è che la materializzazione del fantasma di colui che ha vinto le nostre paure. E quando ci si ritrova di fronte alla morte, allora si sta rinunciando a tutto, quindi tra il farla finita ed il ricominciare non v’è differenza alcuna. Ed anche se il mio mentore era un dirigente di banca, in realtà io rappresentavo la libertà, il non avere nulla e il non attendersi nulla, nonché l’assecondare chi mi parlava con trasporto di ciò da cui non avrebbe mai potuto prescindere. Giunsi a pensare che ognuno adorava le sue catene ed io, accidentalmente senza guinzaglio, fungevo da involontario baluardo dell’isola senza autorità.

Portavo con me metri e metri di libri, polvere e pagine giallognole in grado di far detonare sezioni cerebrali assopite da drogaggi lenti ed inesorabili opera della quotidiana sopravvivenza, e smisi di fuggire. Shakeravo cocktail sotto luci patinate, intense ed estemporaneamente vuote, fino a quando un fuoco fatuo mi urlò addosso, e fu un morso che spremette lo stomaco e lacerò l’intestino, una frattura nel centro nevralgico del mio cuore.

Lei non era morta, ma il suo era stato un tragico atto di scelta: lei aveva abbandonato me ad un destino bizzarro, sputando dietro di sé, nell’unica direzione in cui potevo seguirla, un fiume ghiacciato, costituito da un’impercorribile indifferenza, lasciandomi nudo, nel cuore e nell’animo, esposto alle intemperie angosciose del mondo. Per correre lontano con un altro uomo. Ed io, solo, non potei altro che pensare lei, morta, nella terra che l’avrebbe consumata, lentamente e senza pausa alcuna, nei secoli e nei millenni.

Ma quel giorno splendeva un nuovo sole, per quanto composto di luci chimiche e di musica assordante, con un nucleo vivo di pagine e pagine di storie, riflessioni, deduzioni, impilate nella mia cantina e nel mio lobo temporale. Per darmi una vita vera, ben lucidata, trasparente. Come gli occhi di colei che stavano incrociando i miei, a pochi metri, quando protetto dal bancone lasciai che il presente ed un improbabile futuro mi illuminassero e riuscissero a saziarmi.

martedì, aprile 04, 2006

Intervista a Rocco, il mio cane. Argomento libero, in luminoso pomeriggio di marzo. Parte 2


P- Esattamente. Cosa pensi, da animale non vittima di macellazione, della scelta di non nutrirsi di animali?
R- Beh, innanzitutto esistono mille tipi differenti di macellazione. Abbandonare un cane per strada dopo che ha vissuto tutta la sua vita con degli umani è lasciarlo alla macellazione, ad esempio, la fagocitazione da parte di una società “dell’ usa e getta”.
Per entrare nello specifico della tua domanda, in realtà ogni scelta dettata dall’amore e dal buon cuore delle persone è una scelta da ammirare. Se voi esseri umani potete vivere tranquillamente senza la carne, così come possiamo noi cani, e potete scegliere di non nutrirvi di carne, perché nutrirsene allora? Io personalmente continuo a non capire questa differenza tra animali “commestibili” e non, fa parte di un retaggio culturale, differente in ogni società, ma se qualcuno vuole vedere qualcosa di assoluto in questo allora cade in errore, classifica, forma gerarchie, ricade nel modello antropocentrico di cui parlavamo prima, ovvero l’uomo al centro e tutto il resto che gli gravita attorno: noi cani che gli gravitiamo attorno su di un’orbita particolarmente vicina, le cosiddette bestie da macellazione un po’ più lontane, gli insetti ancora più lontani..
Con questo capisco benissimo un essere umano che cacci per sopravvivere, che cacci per sfamare sé stesso e la sua famiglia, ma la vostra società è così complessa che modelli così semplici non esistono più. E’ tempo che si comprenda la parità tra tutti noi animali, la parità tra noi animali e l’animale uomo, tra l’uomo ed ogni singola cosa sulla terra. Questa secondo me può essere evoluzione.
Ho fame, tra l’altro, e penso che dopo questa intervista mi spetti di diritto almeno un biscotto..

P- Questo è sicuro. Ma ti chiedo di pazientare ancora. Tocco l’ultimo, grande argomento: tu credi in Dio?
R- Aspettavo qualcosa del genere. Con tutto il rispetto per voi uomini, io non comprendo ciò che voi intendete con il termine Dio. Ma butto lì qualche supposizione.
Non è sufficiente forse questo mondo meraviglioso, ma anche le piccole cose di ogni giorno, nonché il voler bene, e con questo semplice termine intendo l’apprezzare veramente ogni dettaglio del mondo, per gioire ed essere felici? Forse tutto questo non potrebbe essere un buon Dio? Attenzione non essere opera di un buon Dio, ma essere realmente qualcosa che può essere chiamata essa stessa Dio?
Io penso che l’idea di Dio come qualcosa di superiore, superiore a tutto e all’uomo stesso sia figlia del modello che ho criticato prima, e che riprendo per l’ennesima volta: l’uomo al centro, tutto il resto attorno a lui, in rigorosa gerarchia. Ma l’uomo si accorge ben presto che non è onnipotente, che per quanto abbia molti mezzi non possa tutto, ed allora, abituato a classificare, ad appunto gerarchizzare, crea qualcosa sopra di lui, qualcosa che invece non ha limiti, qualcosa da adorare e di cui avere paura. Invece di cercare di mettere tutto alla pari, insiste con il creare scale e scalette di importanza.
Non solo. L’uomo si crea tutto, si crea un mondo complesso attorno a sé, un mondo con sempre più cose. Non è solo lui, l’uomo, ma è anche in quanto ha un nome, un lavoro, una posizione sociale, una bella casa, un’auto potente. Noi cani non abbiamo nulla, nulla se non noi stessi, solamente possiamo o meno avere l’amore di chi ci sta attorno, e che noi diamo senza pretendere nulla in cambio. Ma in realtà cosa possedete realmente voi uomini, cosa avete che non potrete perdere mai se non voi stessi?
Quello che intendo dire è che più cose hai, più ne vorresti trasportare con te dopo la morte. E non parlo solamente di beni materiali. Agire in un determinato modo, anche costruttivo socialmente, per molti uomini è un atto dovuto per acquisire una posizione privilegiata anche dopo la morte, non semplicemente il modo migliore di agire per fare sì che il numero maggiore possibile di esseri possa sperimentare un’esistenza felice già qui, già nel presente.
L’agire una intera vita dando per avere, agendo per conseguire qualcosa in questa vita porta a pensare che anche questo sia l’atteggiamento da tenere nei confronti della morte e di colui che sta sopra anche alla morte stessa, cui si dà il nome di Dio. Un comportamento del genere è solamente un’espressione tipica dell’avidità, una caratteristica tipicamente umana.

P- L’avidità, già, altro grande problema di cui parlare.
R- Anche questo problema tipicamente umano; certo, noi siamo avidi quando mangiamo, avidi di cibo, quanto è bello mangiare! Ma una volta che ho finito sono felice, non voglio nient’altro. Voi invece vi caricate, vi caricate di cose attorno, con che risultati poi? Paura, odio, frustrazione..

P- Quindi tu ti senti di dire che non credi in un creatore? O in qualcosa dopo la morte?
R- No, mi sento di dire che l’esigenza anche solo di cercare un creatore è tipicamente umana.
Perché bisogna fare differenza tra creato e creatore? Perché? Non possono essere la stessa cosa? Il tutto non può semplicemente esistere e basta? Non è già meraviglioso così? Questo qualsiasi cosa possa accadere dopo la morte. In fondo tutto ha un inizio ed una fine, e l’uomo non pare proprio accettarlo. Basti solamente osservare la differenza nell’accettare il dolore tra un uomo ed un cane. Un cane soffre silenziosamente, in un angolo, accetta la sofferenza come una condizione naturale, inevitabile, ed accetta anche la fine senza alzare la voce.

P- Molto interessante questo spunto. Un'ultima cosa sul discorso religione: molte tue idee sono vicine ad alcune idee buddiste, lo sottolineo da persona che ama studiare e tentare di praticare il buddismo. Come forse tu non sai alcune scuole buddiste sostengono la possibilità della reincarnazione dopo la morte, ed anche del passaggio tra specie, come un cane che si reincarna uomo e viceversa. Ti piace come idea?
R(scodinzolando)- Mah, ora un po’ fame e riflettere su questi argomenti complessi mi risulta un po’ difficile. Inoltre penso, perché chiederselo ora? Magari sì, qualcosa di noi viene conservato dopo la morte, e torna a vivere.. Magari solo qualcosa.. Fatto sta che se dovessi reincarnarmi uomo mi piacerebbe conservare una parte del cane che sono..
Il fatto è che alla base di questa idea c’è sempre una concezione di tempo assoluto: nasciamo, moriamo, ci reincarniamo, ri-moriamo, ed intanto il tempo continua a passare, da un inizio ad una fine. Come ho già detto questo bisogno incredibile di un inizio ed una fine e la paura stessa associata alla fine è tipicamente umana. E se morendo trascendessimo anche l’idea di tempo? Se non ci fossero più un prima ed un dopo, un inizio ed una fine?
Ti lascio con questa domanda.

P- Sei stato fin troppo paziente e gentile, ora è tempo di merenda.
R- Meno male!
(e galoppa fino alla sua ciotola)


paulo