
Ho sempre provato una certa simpatia per il Ninio, quel ragazzetto biondo più giovane di me, smarrito tra le strade del disagio giovanile o come cavolo lo si voglia chiamare. Sì, lui sarebbe l’emblema, il testimonial perfetto di una ideale pubblicità progresso sui problemi dei giovani. Da piccoli giocavamo assieme a calcetto nel campo dell’oratorio, e lui era proprio bravino. Segnava sempre, ed io gli porgevo sorridente degli assist da favola. Gli avevo pure lavato la schiena dal sangue e dalla ghiaia tatuata sottopelle, un giorno che Gianni la Belva gli aveva fatto un fallo da espulsione e da reclusione nel peggiore dei manicomi criminali dell’Honduras, lasciandolo tumefatto e sanguinante sul dissestato terreno del campetto dell’oratorio di Piusa.
Poi, quando ha cominciato a sbandare, io non gli ho mai negato un sorriso od una birra, con la speranza che un giorno si sarebbe potuto mettere in riga, magari grazie al mio aiuto.
Ma ora ero incazzato con lui. Io non sbando mai.
Andai a casa sua, o perlomeno alla villetta dei suoi genitori. Mi aprì la Ninia, sua sorella, la tipa più eccentrica del paese, più grande di lui di diversi anni, rasata a zero, che insegna training autogeno in mezza Italia e fuma tabacco nazionale “forte”. Quand’è a casa aiuta i genitori a gestire il loro allevamento di criceti da compagnia, e sostiene di conoscere il Buddha di persona.
Le chiesi dove avrei potuto trovare il suo fratellino. Incrociò gli occhi, consultando qualche oscuro oracolo, e rispose –Non so, mi dispiace, ma se vuoi ti do il suo numero di telefono-
Trovare al telefono il Ninio fu come sparare a caso in un lago cercando di centrare un pesce. Infatti non ce la feci. Ma come in tutte le cose, prima bisogna avere la volontà, poi il destino si contorce in modo da presentarti al volo l’occasione che cerchi.
Nessun commento:
Posta un commento